Arizona e Utah, i grandi parchi nazionali dell’Indian Country

Il grande Ovest, la frontiera, il Far West. Il mito americano per eccellenza, esaltato in chilometri di pellicole cinematografiche. La conquista, metro dopo metro, di sterminate terre di primitiva bellezza, da parte di indomiti pionieri alla ricerca di un luogo in cui vivere in modo dignitoso, magari grazie alla scoperta di qualche pepita d’oro. Una sorta di grande migrazione che, nella sua avanzata, ha macinato migliaia di chilometri e decine di popolazioni. Perché ogni frontiera ha il suo “prezzo” e l’ovest degli Stati Uniti l’ha pagato con il massacro, doloroso e spesso silenzioso, di antiche culture, come quelle Navajo e Apaches.

Testo e fotografie di Angelo Fanzini

Utah, Canyonlands National Park

Una terra che, nell’ottocento, ha offerto il proprio contributo di sangue alla storia, ha risposto alla sua “chiamata darwiniana”, in cui il più forte sopravvive a scapito del più debole, rispondendo a quella legge che, da millenni, regola tutte le controversie della specie Sapiens. L’arrivo dei coloni e della ferrovia, infatti, limitò sempre più il territorio della popolazione indigena della quale, attraverso la promulgazione dell’Indian Appropriation Act, del 1851, fu decretato l’invio nelle riserve.

Una terra, allo stesso tempo, temibile e affascinante che, nelle pieghe delle sue rocce, lascia trasparire i segni travolti dall’avanzata della “civiltà” e mostra, con straordinaria sfacciataggine, l’immenso lavoro della natura, la sua capacità di modellare la pietra, di scavare la materia, di levigare le montagne, di pietrificare il legno e di fotografare, come fossilizzato sulle ripide scarpate del Grand Canyon, la storia di questo nostro piccolo, meraviglioso pianeta.

Il percorso che si addentra nel grande ovest degli Stati Uniti, tra Arizona e Utah, viene descritto, in dettaglio, nel paragrafo “L’itinerario tappa per tappa”, nel frattempo il nostro racconto continua in una serie di spunti di viaggio e di riflessione, attraverso la storia e la natura.

Il Grand Canyon e Sedona

Il Grand Canyon è un viaggio nel tempo. Non il tempo degli uomini, quello che si conta in giorni e mesi, ma il tempo della natura, di questa forza meravigliosa che ha scolpito 450 chilometri di strapiombo, in quasi due miliardi di anni. Il fiume Colorado, l’orogenesi e il vento hanno modellato questo autentico capolavoro, che racchiude la storia stessa della Terra, scandita dalle differenti tonalità di colore che dipingono le ere geologiche impresse sulle sue pareti.

Situata nel cuore dell’Arizona Centrale, a 1300 metri di altitudine e circondata da imponenti formazioni rocciose dal caratteristico colore rosso, Sedona ha molto da offrire ai visitatori anche dal punto di vista artistico. Tempio della cultura New Age, la città propone un ricco calendario di eventi, tra cui spiccano le “Serata nelle Gallerie” (Evening in the Galleries), iniziativa che, ogni primo giovedì del mese, permette di visitare gratuitamente nove delle sue 40 gallerie d’arte. Il famoso pittore surrealista Max Ernst vi si stabilì all’inizio del Novecento, seguito, tra gli altri, da Joe Beeler, Charlie Dye, Johnny Hampton e George Phippen, fondatori di “Cowboy Artists of America”.

Pueblos e Anasazi

I nativi di queste terre sono lontani anni luce dal comune stereotipo, che vuole gli “indiani” nomadi alla perenne caccia del bisonte, inseguito su focosi cavalli montati a pelo. Gli abitanti del sud-ovest degli Stati Uniti erano, infatti, soprattutto contadini, intenti alla coltura di fagioli, mais, zucche, cotone e tabacco e vivevano in dimore stabili organizzate in villaggi, che gli spagnoli ribattezzarono pueblos.

La cultura dei pueblos - discendente dagli abris (case ricavate da protezioni naturali) e dai pithouses (case a fossa) – si sviluppò particolarmente tra il 1100 e il 1300 ad opera degli Anasazi, gli “antichi”, in lingua Navajo. I pueblos, di cui si trovano molte testimonianze in tutta l’area attraversata dal nostro itinerario, erano formati da strutture abitative costruite con mattoni che utilizzavano la cosiddetta tecnica adobe (argilla mista ad acqua, paglia e sabbia, e poi cotta al sole).

L’adobe si caratterizza per eccezionali proprietà climatizzanti che permettono di isolare la casa dal freddo durante la stagione invernale e di mantenere gli ambienti freschi durante le torride giornate estive, per poi ridistribuire il calore di notte e fronteggiare così le elevate escursioni termiche.

Canyonlands

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