Siria: Damasco, bella e possibile

La Moschea degli Omayyadi

Venne eretta su un sito consacrato alle divinità da circa tremila anni. La storia narra che ci fu prima un tempio aramaico di cui resta poco o nulla, come pure sono poche le tracce di quello romano. Rimane invece della cattedrale bizantina solo una preziosa reliquia: la testa di San Giovanni Battista venerata, oggi come allora, sia dai Cristiani che dai Musulmani che lo chiamano in arabo Yahyà bib Zakariya.

Grande MoscheaCasa del Tesoro

La chiesa dedicata A S. Giovanni restò tale fino a quando i Musulmani raggiunsero Damasco nel 636 d.C. trasformando la parte orientale in moschea, permettendo però ai cristiani di continuare a praticare la loro religione nella parte occidentale. Tutto si protrasse per circa 72 anni, dopo di che il califfo al-Walid la sottrasse al culto per edificare una maestosa moschea, con lo scopo di ostentare il simbolo del potere politico e religioso, distruggendo tutto ciò che si trovava all’interno della cinta muraria tra i quali anche vecchi palazzi romani e bizantini.

I lavori della moschea durarono dieci anni: mosaici di pregio, intarsi e rivestimenti in oro concorrevano fra di loro per rendere sempre più sontuoso l’edificio tanto da farlo diventare una delle meraviglie del mondo. Nonostante sia stata saccheggiata dai mongoli e devastata da incendi e calamità naturali come i terremoti, resta ancora oggi una delle mosche più grandiose al mondo con i suoi tre minareti: quello sovrastante il cortile a sinistra è detto della Sposa, mentre il più famoso è quello di Gesù posto a sud della sala della preghiera, verso l’estremità destra. Infine il terzo, dalla forma slanciata (collocato proprio vicino all’ingresso dal lato del suq al- Hamidiya), ma in armonia con i monumenti dell’Egitto mamelucco, venne costruito per volere del sultano Qayat Bay.

Santuario di Santa Tecla

Fuori porta: un giorno a Maaloula

Ad una cinquantina di chilometri a nord-est di Damasco e a 1500 metri di altezza, si trova un piccolo e pittoresco villaggio costituito da casette bianco-azzurre dove vive una comunità di quattromila abitanti di fede cristiana. Qui gli anziani conoscono anche l’aramaico, l’antica lingua parlata da Gesù duemila anni fa e con la quale fu diffusa inizialmente la preghiera del Padre Nostro.

Benché sia di ridotte dimensioni, il villaggio conserva due piccoli conventi dedicati a San Sergio e a Santa Tecla, entrambi ancora oggi visitabili. Il primo custodisce un’incantevole chiesetta bizantina ricca di icone antiche e recenti, nonché di un altare molto importante il cui piano in marmo è simile agli altari sacrificali pagani, risalente al 300 d.C..

Il secondo è sovrastato da un’ampia grotta all’interno della quale scaturisce una sorgente ritenuta miracolosa, probabilmente la stessa che Santa Tecla usò per battezzare molti pagani convertiti al cristianesimo. Si racconta che la Santa, dopo essersi convertita, si ritirò in una delle grotte vivendo da eremita per sfuggire alla persecuzione del padre e dove morì ultra novantenne. Tecla venne sepolta nella grotta attorno alla quale oggi sorge il convento, diventato nel tempo un luogo di culto e di pellegrinaggio visitato non solo dai cristiani ma anche dai musulmani.

Preghiera in aramaico

Informazioni turistiche

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