Il Grande Nord
Film franco-canadese girato nel 2003 (Le Dernier trappeur, il titolo originale), ed uscito solo nel 2006, da Nicolas Vanier, scrittore e regista di documentari, appassionato esploratore e acuto conoscitore del Nord. Tra i suoi “reportage” vanta meravigliose avventure in Siberia, Lapponia, Canada e Alaska. In una delle sue ultime avventure, Vanier entra in contatto con Norman Winther, cacciatore di pelli dello Yukon, nelle montagne Rocciose del Canada nord-occidentale.
Il film, vincitore del Premio del pubblico al 53° Trento Filmfestival, è disponibile in Dvd nell'edizione della Mikado senza particolari contenuti speciali (durata 01:34:00).
La trama del film
Durante uno dei suoi ultimi lavori, Odissea bianca, Vanier conosce il cacciatore di pelli Norman Winther. L'uomo lo ispira a tal punto che il regista decide di filmare la sua vita. Norman, infatti, è un cacciatore che vive nel profondo Nord del Canada, con una compagna indiana, Nebaska, e i suoi sette cani da slitta tra cui Nanook, primo capo muta, Voulk, e la femmina Apache, subentrata dopo la morte del fido Nanook.
Il film in sé non narra una storia compiuta, non ha un inizio e nemmeno, se vogliamo, una fine, ma rappresenta ciclicamente la vita di un uomo a stretto contatto con una natura infinita, maestosa, crudele, grande. Norman, infatti, presenta spesso in voce over la vita che conduce: la caccia e le connessioni con il ripopolamento faunistico, il rapporto con gli animali, le relazioni instaurate con i propri cani da slitta, la durezza e la severità dell'inverno nel grande nord, la maestosità dei paesaggi nel fiorire dell'estate, i viaggi intrapresi per raggiungere la città più vicina e poter vendere così le pelli, la relazione intensamente “fredda” con la sua compagna Nebaska.
Considerazioni
“Il Grande Nord” è in sostanza un'opera di docu-fiction. E' fondamentalmente il primo film di finzione di Vanier, tuttavia rimane in bilico col documentario, campo in cui il regista ha sempre lavorato. Interessante è notare, appunto, come questo aspetto intervenga in modo invasivo lungo l'arco del film: dapprima ci si accorge di essere di fronte ad un'opera di finzione, in seconda analisi, però, è piacevole constatare come gli afflati documentaristici intervengano a attrarre lo spettatore (i viaggi del protagonista attraverso sterminati ed incontaminati paesaggi). Ed è qui che risiede la chiave di svolta del film.
Molti aspetti del lato documentaristico riescono a nobilitare un'operazione che altrimenti avrebbe rischiato la stroncatura. La finzione cinematografica infatti porta sempre con sé problematiche, tuttalpiù se in bilico appunto col documentario. Forse Werner Herzog è uno dei pochi che è riuscito spesso a fondere caparbiamente i due registri.
All'interno del film, infatti, sorgono dubbi spontanei riguardanti certe operazioni di sceneggiatura: la ricostruzione della morte di Nanook, il salvataggio di Norman da parte di Apache nel lago ghiacciato, alcune ellissi narrative di comodo. In questo senso il film pone qualche riserva. In ogni caso queste considerazioni si fanno a posteriori. A priori la forza d'impatto del film è notevole; inoltre emana un intenso ed edificante insegnamento ecologico per nulla stucchevole o manieristico.
La regia di Vanier, supportata dalla pregevole fotografia di Thierry Machado (già impegnato alla fotografia con il regista Jacques Perrin nel Popolo migratore), ci ricorda, con anima romantica e senza proclami, come dovrebbe essere il rapporto Uomo-Natura, e ci fa riflettere sulle possibilità di una vita “altra”, dove la natura, appunto, si esprime in tutta la sua potenza e splendore.
Recensione di Luca Corini - FilmKamera