Il Nemico alle Porte
Autunno 1942. Stalingrado. L’armata di Von Paulus cinge d’assedio la città simbolo dell’Unione Sovietica. La città che ha preso il nome direttamente dal suo capo e mentore assoluto: Iosif Visarionovic Dzugasvili, per tutti Stalin. Un assedio lungo cinque mesi, una vittoria strategica dell’Armata Rossa, uno spreco di centinaia di migliaia di vite umane.
Trama del film
Questo il tragico background sul quale si dipana la storia di “Il nemico alle porte”: un film western ambientato nel 1942/43, una sfida tra pistoleri armati di fucili di precisione, una piccola storia calata in un girone dantesco di immane proporzioni.
“Non sarei stato in grado di raccontare la seconda guerra mondiale,
né la battaglia di Stalingrado nel suo complesso”, le candide
parole del regista Jean Jacques Annaud, illuminano la scena del suo film, chiariscono
il suo punto di vista nel raccontare questa storia, realmente accaduta
tra le rovine di Stalingrado: la vicenda di Vassili Zaitsev, un pastore
russo, infallibile cecchino dell’Armata Rossa che ingaggia un tremendo
duello con il miglior tiratore tedesco, il maggiore König.
Un duello fatto di attese, imboscate, colpi di mano, al quale si intreccia una storia d’amore tenera e disperata, sullo sfondo di una guerra combattuta non solo con le armi, ma anche, e soprattutto, con la parola, con la propaganda. Già, perché la storia di Vassili Zaitsev, nelle mani dei commissari del popolo, diviene uno poderoso strumento da contrapporre ai tedeschi, un mezzo da utilizzare per riaccendere le speranze di soldati male armati e peggio comandati.
La vicenda di Vassili Zaitsev concretizza tutte le teorie sulla costruzione di un eroe: un soldato semplice, abituato a sparare ai lupi della steppa, grazie alla sua mira infallibile e alle manovre politiche viene tramutato in un simulacro del comunismo, in un eroe combattente che, brindando insieme a Kruscev, si immola all’altare di Stalin.
Considerazioni
Un film di guerra, quindi, che non è un film di guerra, ma una sincera riflessione sui sentimenti dell’uomo, in un’assoluta continuità intellettuale dai tempi delle caverne a quelli dell’operazione Barbarossa. Vassili Zaitsev e il maggiore König sono infatti due cacciatori “primitivi”, che ripropongono, su un piano di lettura più concreto, l’assurda sfida di Stalin e Hitler. La storia del soldato sovietico e del maggiore tedesco viene letta da Annaud come un particolare all’interno di un grande affresco. Una vicenda minuta, ma simbolica, che racchiude le infinite sfaccettature dell’animo umano, capace delle più aberranti bassezze e dei gesti più eroici.
A differenza di tante pellicole ambientate nella seconda guerra mondiale, il film infatti, all’azione pura - che pure ha un ruolo non secondario - predilige la riflessione, il dialogo, gli sguardi, le parole che divengono pietre. Vassili può quindi affermare che “l’uomo nuovo non esiste”, l’uomo è sempre lo stesso e così la storia che si ripete con tragica ciclicità, proponendo spesso grandi utopie, come quella del comunismo reale, fallite sulle macerie di Stalingrado e nell’innevata Siberia.
La straordinaria bellezza di questo film risiede anche nella mancata divisione in “buoni e cattivi”. Non ci sono gli americani buoni e i crucchi cattivi, i cowboy con i diritti e gli indiani da scacciare. Sovietici e tedeschi – incredibile, un film di guerra senza i soldati stars and stripes - manifestano incertezze, dubbi, si scatenano in una violenza furiosa e senza senso, o fermano il tempo in un amplesso rubato alla guerra nella completa assenza di intimità, o in una bugia espiatrice, ricolma di pietà.
“Il nemico alle porte” è un film che merita di essere visto con gli occhi, la mente e il cuore sgombri da velature storiche e ideologiche. Un film che mette a nudo i nostri sentimenti primordiali, quelli che, ogni giorno, guidano la nostra esistenza. Latenti emozioni di preda, di cacciatore, di necessità di emergere, d’amore. Impulsi ora sopiti e ora palesi, pronti ad essere scatenati nell’era tecnologica, come in quella dei graffiti sulla nuda pietra.
Il regista
Jean Jacques Annaud nasce in Francia, a Drave, nel 1947. Si diploma all’Istituto di Studi Cinematografici di Parigi. Poi
il Servizio Civile lo porta in Camerun e da questa esperienza africana
nasce il suo primo film “Bianco e nero a colori”. È
il 1978 e Annaud vince il premio Oscar come miglior film
straniero.
D’ora in poi è un susseguirsi di film, in cui il regista
francese si diverte a mischiare i generi classici della cinematografia,
in un infinito racconto dell’animo umano. Al primo grande successo
seguono opere come: “Il sostituto”, “La guerra del fuoco”,
la trasposizione cinematografica de “Il nome della Rosa”,
e poi ancora “L’amante”, “L’orso”,
“Sette anni in Tibet”.
Recensione di Cristiano Pinotti