Il Diamante Bianco
E' uno degli ultimi lavori del maestro tedesco. Un altro viaggio all'insegna delle sfide che l'essere umano intraprende nei confronti della natura. In breve: un film herzoghiano a tutti gli effetti. Il film è disponibile in DVD (90 min.) nell'edizione distribuita dalla Fandango. Contenuti speciali ridotti e audio originale (inglese/tedesco) con sottotitoli in italiano.
La trama del film
Werner Herzog, regista ma anche protagonista e narratore di questo documentario, incontra il dottor Graham Dorrington, docente di ingegneria aerospaziale alla Queen's University di Londra e progettista di un originale pallone aerostatico, con il quale vuole sorvolare la foresta pluviale della Guyana, attorno alle meravigliose cascate di Kaieteur. Herzog decide di filmare interamente il suo progetto.
Dopo una breve introduzione storica, con immagini di repertorio dell'Archivio nazionale, riguardanti i primi tentativi dei pionieri del volo, l'invenzione dei dirigibili, la loro fama travolgente ed il disastro dell'Hindenburg (1937), sottolineando quindi la pericolosità dei palloni aerostatici e il loro successivo abbandono, il regista presenta l'ing. Dorrington alle prese con il suo progetto nel suo laboratorio e poi impegnato nei test di sicurezza della mongolfiera nel suo cantiere alle porta di Londra.
Successivamente la troupe si sposta nella Guyana, unico stato sudamericano di lingua inglese, dove Dorrington prepara non senza difficoltà i voli, e il regista si abbandona a poco a poco ai luoghi, alle persone, alle loro storie…
Considerazioni
Ancora una volta Herzog ha colpito nel segno. “The White Diamond” è un documentario di grande forza visiva, dove le musiche e la narrazione confortante dello stesso regista accompagnano nuove imprese umane, ulteriori sfide alla natura e alle sue leggi, attraverso luoghi incontaminati (le cascate di Kaieteur, la foresta pluviale sorvolata) e altri dove la presenza umana ha cambiato sostanzialmente il territorio (la miniera di diamanti). Ma la bellezza del documentario sta nella differenza che sussiste tra la documentazione fine a se stessa, prettamente cinematografica, inerente quindi allo scopo della missione (costruire e varare un nuovo e maneggevole aerostato), e la realtà che Herzog trova, una volta arrivato nella Guyana.
In questo ambiente il regista si lascia coinvolgere dagli incontri coi rastafariani del luogo, conoscendo il mite Mark Anthony, personaggio solitario, al quale viene concesso un volo. E' qui che Herzog si abbandona alle riprese dei voli dei rondoni, uccelli che nidificano all'interno della cascata e capaci di gettarsi in picchiata nella cascata stessa. Infine, e' qui che Herzog conosce a fondo Graham Dorrington, scienziato in cui convergono fortemente varie dimensioni (passionale, utopica e morale); personaggio attanagliato dai rimorsi per la morte di un competente regista di documentari (Dieter Plage), avvenuta dieci anni prima in una spedizione a Sumatra, ”capeggiata” dallo stesso Dorrington.
Lo stesso scienziato può far parte di quel bestiario umano bislacco e alquanto originale di cui è composto il cinema di Herzog, dove i personaggi si attestano fra sanità e follia, fra umiltà e manie di grandezza (es: il Don Lope de Aguirre in Aguirre, furore di dio, 1972).
Certo,l'artificiosità non manca. Ma come discernere realtà e finzione nel cinema? E ancor più in un documentario? E soprattutto nel cinema di Herzog? Nel cinema del regista tedesco è estremamente difficile distinguere tra opera documentaristica e di fiction. Cinema e vita sono legati indissolubilmente. E' come se i documentari herzoghiani rasentassero la finzione (dare immagine all'impossibile, al non filmabile è già di per sé fiction), mentre i film di fiction vera e propria si avvicinano alla realtà (il film sembra diventare il making of del film stesso. Es: Fitzcarraldo,1981).
E' questa d'altronde la bellezza intrinseca del cinema: la capacità di riflettere sulla propria doppia natura. Concludo con una bellissima frase di Herzog che, munito di macchina da presa e apprestandosi a compiere il primo volo con Dorrington, contrario alla presenza sul velivolo del regista stesso, dice: “In celluloid we trust”.
Recensione di Luca Corini - FilmKamera