Fezzan, l'anima del deserto
Un viaggio avventura nel Sahara libico, estrema frontiera delle terre conosciute, è una ricerca vitale della poetica dei luoghi dove perdersi per ritrovare il senso della meraviglia. Gli erg di Ubari, Uan Kaza e Murzuk, i rilievi dell’Acacus e del Messak sono gli scenari di una spedizione nel Fezzan alla scoperta dei “deserti”, oceani di sabbia e roccia senza limiti visibili, come sospesi in un tempo indefinito.
Testo e fotografie di Angelo Fanzini

L'Erg di Ubari
L’erg di Ubari, a nord della valle dell’Ajal, cela al suo interno il tesoro di laghi idilliaci, circondati da vegetazione e palmeti. Sono Umm-el-Ma (la madre delle acque), dalla caratteristica forma a imbuto, e Mandara, uno specchio d’acqua quasi interamente coperto dal sale, antica fonte di ricchezza degli abitanti locali, i Dauada, popolazione che per secoli visse in questo ambiente nutrendosi di datteri e di piccole larve che si riproducevano sulla superficie delle acque del lago di Gabr’aun. Qui accanto alle rovine del villaggio abbandonato è situato il lago più grande, incorniciato da una grande duna.

L'Acacus
A sud ovest si staglia il massiccio del Tadrart Acacus, il parco nazionale dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. E’ questo uno dei tassili che dal massiccio algerino dell’Hoggar digradano verso est perdendosi nelle sabbie dell’Edeyen di Murzuq: spazi della lontananza e della solitudine, luoghi della ricerca e dell’abbandono, avamposti di vita e di meditazione. Formazioni rocciose, archi pietrificati, scuri monoliti erosi dal tempo emergono dalla sabbia come isole di pietra, creando paesaggi surreali dai fantastici contrasti cromatici.
Un’antichissima civiltà si è espressa nell’Acacus tramandando fino ai giorni nostri uno dei più grandi santuari dell’arte pittorica preistorica. Sulle pareti levigate di canyon scavati da antichi fiumi gli uomini del neolitico hanno narrato con ricchezza di dettagli la loro storia quotidiana e mitologica, attraverso raffinati e complessi graffiti.

Le dune di Uan Kaza e il Messak Settafet
Lo spettacolare erg di Uan Kaza è la barriera naturale che si incunea tra l'Acacus e il Messak Settafet. È un museo a cielo aperto dedicato alla potenza della natura: splendide combinazioni di dune di sabbia modellate dal vento assumono forme grafiche complesse e armoniose, a mezzaluna, a spada, a catene di gobbe, a cupola o a piramidi protese verso il cielo. Gli ammassi di dune, sospinti ogni giorno dal vento, si muovono lentamente e in modo apparentemente precario, ma hanno una lunga storia millenaria.
Superati i corridoi di dune si attraversa la vasta piana del reg Taita e il passo di Abahoa per entrare nell’arido e pietroso Messak Settafet, l’”altopiano nero” dove l’assenza diventa realtà. In un paesaggio lunare e astratto si raggiungono i siti di incisioni dell’uadi Mathendush e In Galghien, che racchiudono i principali capolavori dell’arte rupestre dell’epoca dei cacciatori.

Le dune di Murzuk
In lontananza si profilano le immense dune dell’erg di Murzuq, impenetrabili e misteriose come l’oscurità della sera che raggiunge il campo della spedizione. Dal bivacco attorno al fuoco le guide tuareg intonano un’antica nenia - Ténéré - quasi a voler addolcire il soffio del vento. Tuareg, signori del deserto, capaci di ritrovare passaggi nascosti alla vista e piste dimenticate, si lasciano guidare dalla nostalgia verso racconti di donne amate e di uomini ombra che popolano i loro sonni. Uomini blu, romantici e spirituali, nei loro visi dipinti i segni del loro mondo, nei loro occhi la libertà di sognare.
Il deserto del Fezzan, testimone di questo incontro, si racconta attraverso immagini che sfumano negli incerti confini tra coscienza e memoria, uno spazio dell’altrove che amplifica il tracciato delle sensazioni, come se un nascosto meccanismo liberasse energie inascoltate.

L’anima del viaggiatore, prima in punta di piedi, poi con maggiore sicurezza prende coscienza di sè. Non c’è un riparo al quale ancorarsi, affiorano lentamente, insieme allo stupore, le fatiche e il carico dei percorsi che ci hanno segnato.
Qui, ai margini del mondo, si svela il senso di quel coraggio della semplicità che ci concede di celebrare le emozioni più intime e disarmanti, così vicine al silenzio, così lontane dalla superficie. E’ il bisogno di non svendere l’esperienza, l’urgenza di proteggerne il valore per lasciarla accadere, semplicemente accadere, come la vita.
E mentre il cielo si chiude nei colori del tramonto, le luci del Sahara, distanti da ogni perché, disegnano la sottile linea di un nuovo sentiero sulla mappa preziosa degli zingari felici.
