Salvador Allende (2004), di Patricio Guzman

Il cineasta cileno Patricio Guzman ha realizzato un vero e proprio ritratto filmato della figura del Presidente cileno Salvador Allende (Valparaìso 1908-Santiago del Cile 1973), alternando materiali d’archivio a riprese effettuate nella contemporaneità, attraverso l’utilizzo di interviste (giornalisti, politici, ma anche operai), di discorsi del Presidente, e delle testimonianze dei familiari.

Interessante l’edizione della Feltrinelli, distribuzione Fandango, dove nei contenuti speciali è presente un altro film di Guzman, La memoria ostinata (1997). All’interno del cofanetto è presente anche un libro, ormai marchio di fabbrica delle edizioni Feltrinelli, dal titolo Companero Presidente a cura di Danilo Manera, il quale raccoglie testimonianze e racconti di scrittori cileni, riportando, inoltre, alcuni degli ultimi messaggi del Presidente.

Questo film ha vinto il premio come miglior documentario al Festival di Lima nel 2004. Nello stesso anno ha concorso anche al festival di Cannes e di Locarno, nella selezione ufficiale.

La trama del film

Copertina DvdCome più volte ho sottolineato, imbattendomi nella recensione di documentari, risulta difficile definire e delineare una trama in senso classico, a maggior ragione se il documentario viene realizzato manipolando vari filmati, utilizzando lavori altrui, e soprattutto mischiando materiale d’archivio con riprese attuali.

In questo modo il lavoro di Guzman risulta un accorato riesame della figura del Presidente cileno Allende: dall’infanzia alla laurea in medicina (parentesi che lo avvicinò alla povertà e alle malattie), dai primi approcci alla politica all’ascesa al potere il 5 settembre del 1970, sino al fatidico 11 settembre cileno del 1973, dove un golpe di Stato decretò la fine del sogno del socialismo allendiano.

Attraverso varie testimonianze attuali, familiari, amici, ma anche persone comuni (avvicinate dal regista addirittura porta a porta, “alla Michael Moore”), Guzman tenta di elaborare una sorta di diario del ricordo, raffigurando la figura di El Chicho (soprannome dato ad Allende in gioventù) non solo attraverso l’operato dello stesso, ma anche attraverso la memoria e gli insegnamenti che il Presidente ha lasciato nell’immaginario comune.

E’ davvero interessante notare come Guzman arrivi a domandarsi se la figura di Allende abbia inciso nella memoria dei cileni, poiché nel cammino delle riprese incontra anche indifferenza e contrarietà. Inoltre l’autore sottolinea come il documentario sia l’unica opera tendente a fare luce su Allende, sui suoi insegnamenti, e soprattutto sulla sua morte, dove aleggiano ancor oggi misteri mai svelati.

Sono oramai appurate le “interferenze” (per utilizzare un termine moderato) della C.I.A., e del presidente Nixon, come testimonia del resto all’interno del documentario lo stesso ex-ambasciatore americano a Santiago del Cile al tempo dei fatti.

Considerazioni

Come ho rimarcato precedentemente l’opera di Guzman risulta affettuosa, sincera, vissuta con sensibile partecipazione. Questi sono gli stessi sentimenti che l’autore provò trent'anni prima, a cospetto della figura di Allende e dei suoi precetti politici, e soprattutto morali. Successivamente Guzman verrà imprigionato durante la tremenda dittatura di Pinochet.

Ci si riconosce sentimentalmente nell’operazione del regista cileno. Non si ha scelta, ponendosi davanti ad una figura politica del genere, maledettamente assente al giorno d’oggi. Allende, infatti, uomo vicino al popolo, fervente sostenitore di una democrazia socialista, audace portatore di valori etici, fu uno degli uomini che contribuì a cambiare la politica, e il potere di pochi, rivolgendosi alle masse, ascoltando le voci delle classi meno abbienti, utilizzando sempre come strumento di lotta politica la “rivoluzione” pacifica.

Fu questo tipo di approccio che scalfì la Storia politica sudamericana e mondiale, in quanto unico (o meglio uno dei pochi) tentativi rivoluzionari di ascesa al potere senza armi. Quelle armi che, sotto l’egida dei capi militari, tra cui Pinochet, e sotto la regia statunitense nixoniana, lo fecero capitolare nel settembre del 1973, con il bombardamento de “La Moneda”, residenza del governo.

Piuttosto di cadere in mano ai golpisti Allende si tolse la vita, sparandosi un colpo in testa. E’ questo forse uno dei pochi peccati che viene riconosciuto allo statista. Molti, infatti, ritengono che il corso della dittatura sarebbe stata più lieve con Allende in vita.

Stupendo il finale. Il poeta Gonzalo Millan, dopo i terribili fatti del settembre ’73, recita una poesia dove gli avvenimenti sembrano andare a ritroso, ricomponendosi come se non fossero mai accaduti. In sostanza Guzman chiede di ricordare e di non dimenticare il credo allendiano di una vita “mas justa y mas libre”.

Recensione di Luca Corini - FilmKamera