Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi

Luce Boulnois: La Via della Seta

Molto gradevole, questo saggio della storica francese Luce Boulnois sulla Via della Seta (Bompiani, 554 p., € 13). In esso la studiosa si occupa di definire cosa sia ma soprattutto cosa sia stata la via della seta, preoccupandosi sempre di contestualizzarla nel proprio ambiente storico e geografico, grazie all’inserimento anche di mappe storiche.

Luce Boulnois: La Via della SetaPur mantenendo un piglio scientifico-storiografico però, quest’opera, come già anticipa e svela il sottotitolo programmatico (dèi, guerrieri, mercanti), il taglio dato alla prosa è prettamente narrativo: trovano spazio infatti anche leggende e storie che danno una dimensione più ampia e più umana a quello che la via della seta ha significato per chi l’ha aperta, battuta e vissuta, in qualsiasi modo.

Attraverso il punto di vista privilegiato del lungo tragitto, al lettore vengono svelati un mondo ed una civiltà con cui ha scarsa familiarità e che difficilmente può conoscere in certe sue sfumature: l’abilità dell’autrice infatti sta anche nel riuscire a coniugare macro e microstoria, sia quindi i rapporti diplomatici o ostili fra i diversi popoli, regni e regnanti, che le stratificazioni e composizioni sociali dell’epoca, anzi, delle diverse epoche attraversate da questo percorso che solcava l’impero in quasi tutta la sua estensione.

In certi casi sono stati proprio i contatti stabiliti dai viaggiatori di questa via che hanno portato ad una conoscenza di territori e zone prima solo partner commerciali e politici, poi conquiste ed infine domini. L’amore per la Cina da queste pagine risalta e risuona chiaramente, vi è impresso e le informa.

La lettura di un’opera completa, scrupolosa ed attenta ma fluida e leggibilissima come questa è certamente un ottimo approccio per conoscere meglio un paese ed una realtà cambiata profondamente ed in poco tempo, ma che rimane comunque l’unico impero del passato ad aver conservato tutto il suo territorio e ad aver anzi guadagnato importanza strategica a livello mondiale.

Recensione di Maurizio Marenghi

Antonio Moresco: Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno

Letteratura e viaggi. Non “letteratura di viaggio”: letteratura e viaggi, data anche l'avversione professata in uno degli scritti (Fanucci, 215 p., € 15) per la letteratura di genere, o meglio della dittatura economica della letteratura di genere gestita da editori interessati non più alla cultura, ma semplicemente ad ottenere il massimo profitto da storie addomesticate. E il problema non sta nelle possibilità della letteratura di genere di parlarci di ciò che noi siamo, quanto nel predominio di una letteratura ridotta a cibo liofilizzato ed innocuo.

Antonio MorescoNon paia questa digressione allontanarci dal tema del viaggio. Perché sia che Moresco ci faccia un reportage da un convento di clausura nelle Marche piuttosto che dalla Mosca sconvolta dall'assedio al teatro Dubrovka occupato dai nazionalisti ceceni, piuttosto che dall'Argentina prima piegata dai regimi militari e poi spezzata dal crack economico, piuttosto che dalla Sicilia o dalla Spagna, il suo sguardo non è mai semplicemente fisso sulle attrazioni turistiche o sulle particolarità geografiche.

L'occhio di Moresco è in continua dialettica tra l'osservazione di ciò che lo circonda (soprattutto dal punto di vista umano) e la riflessione sulla letteratura in rapporto alla società. Ad esempio in Argentina la visione della povertà e della criminalità generate dal disastro economico vengono messe a confronto con una letteratura nazionale ed anzi continentale – il realismo magico – che è ridotta a perpetuare se stessa senz'altri sbocchi.

E l'analisi letteraria va di pari passo con quella politica, partendo dalla sottolineatura delle miserie nazionali per arrivare ad una appassionata arringa sulla volontà di potenza statunitense come sintomo di un venturo sconvolgimento epocale. E tuttavia la riflessione letteraria e politica non fanno venire mai meno la lucidità e l'abilità della narrazione dei luoghi. Anzi: la esaltano.

La descrizione dell'hotel moscovita con panciuti ed attempati boss mafiosi circondati da ragazze da urlo o l'immagine della Terra del Fuoco come inferno brulicante contemporaneamente di vita e di morte sono lucidi esempi di letteratura di viaggio. Che rifiuta però di rimanere confinata in un genere facendosi riflessione letteraria, sociale, politica. Facendosi insomma letteratura tout-court.

Recensione di Francesco Mazzetta

Andrea De Porti: Esploratori

Il libro Esploratori di Andrea De Porti (Fabbri, € 38) è una stupenda strenna da regalare – o regalarsi – a chiunque ami il viaggio e l'esplorazione.
È un volume di grande formato di 56 pagine, ripiegate in modo tale che ad ognuno dei 53 esploratori o spedizioni d'esplorazione oggetto del libro è dedicata una pagina doppia o quadrupla con una sintetica biografia dell'esploratore, la descrizione della spedizione con il relativo percorso segnato, ed una straordinaria documentazione fotografica originale a corredo, riprodotta con grande cura e spesso in formato gigante.

EsploratoriSi parte dall'esplorazione africana alla mitica ricerca delle sorgenti del Nilo da parte di Richard Francis Burton e John Hanning Speke a metà dell''800 per arrivare, poco più di un secolo più tardi a Neil Armstrong ed alle missioni Apollo di esplorazione lunare, gli ultimi viaggi in terre incognite direttamente effettuati da esseri umani.

In mezzo ci stanno uomini e donne che – prima che il turismo diventasse un business; prima che le linee aeree, Macdonald e villaggi turistici rendessero possibile viaggiare per tutto il mondo senza avere la sensazione di spostarsi da casa – hanno offerto all'attenzione dell'Occidente territori, genti, costumi prima sconosciuti.

Spesso quei viaggi erano finalizzati a convertire o colonizzare: non di meno quegli uomini e quelle donne meritano rispetto e memoria. Tra di loro ricordiamo qui almeno gli italiani citati nel volume: Pierre Savorgnan de Brazza, friulano che lascia il suo nome alla capitale del Congo da lui fondata; Vittorio Bottego e l'esplorazione del Giuba; Vittorio Sella fotografo alpinista; Umberto Nobile e l'esplorazione dei Poli; Aimone di Savoia e l'esplorazione del Karakorum; Ardito Desio nel deserto libico prima e alla conquista del K2 poi.

Recensione di Francesco Mazzetta

Drazan Gunjaca: Lo stupro della ragione

La Croazia in questi ultimi anni sembra aver superato i traumi della guerra ed essersi attrezzata per diventare un'accogliente meta turistica, anche e specialmente per tanti italiani. Drazan Gunjaca coi suoi libri realizza una sorta di controcanto di questa nuova immagine oleografica.

Drazan GunjacaNel suo ultimo libro pubblicato in Italia, "Lo stupro della ragione" (Prospettiva editrice, 99 p., € 10) Gunjaca parla di un soldato, Miro, uscito dalla guerra affetto da disturbo post traumatico da stress, malattia nervosa conseguenza delle esperienze belliche che è stata studiata in modo approfondito dagli americani sui reduci del Vietnam. A Miro, pur avendone tutti i sintomi e transitando per vari ospedali psichiatrici, viene diagnosticata la malattia solo cinque anni dopo il congedo, ovvero tardi per chiedere una pensione d'invalidità secondo la legge croata.

Gunjaca utilizza tale episodio come sorta di parabola laica per mostrare in primo luogo l'ipocrisia della legge croata che rifiuta addirittura a chi ha combattuto per la costituzione dello Stato un sussidio al fine di evitare che un eroe di guerra possa essere considerato pazzo.

Ma la parabola si estende alla Comunità Europea ed a quella internazionale che passano sopra come carri armati all'interesse, alla sensibilità, alla vita stessa degli individui per le rispettive opportunità politiche.

In questo senso la Croazia diventa il luogo paradigmatico dove la certezza del diritto, la fede nella ragione, la sensibilità nei confronti dell'umano, vengono affermati finché non s'infrangono contro la ragion di Stato che, troppo spesso per di più si riduce ad interessi di corridoio. Luogo paradigmatico non perché unico, ma perché per le contraddizioni che ne accompagnano la formazione non si è ancora riusciti a seppellire la questione sotto l'abitudine ed il chiacchiericcio televisivo.

Recensione di Francesco Mazzetta

Maurizio Ferraris: Dove sei? Ontologia del telefonino

Nel suo ultimo libro, Dove sei? Ontologia del telefonino (Bompiani, 294 p., € 8,50), Maurizio Ferraris, noto filosofo italiano, pone fin dal titolo, accanto alla domanda (ontologica) che cos’è il (e cosa comporta l’invenzione del) telefono cellulare, la domanda “dove sei”? Che è la classica richiesta che facciamo al nostro interlocutore quando lo chiamiamo al cellulare. Il telefonino rende ubiquitaria la nostra presenza nel mondo e ci delocalizza in modo profondo: potrei essere infatti al Polo Nord o sul monte Everest o giusto proprio dietro di te che mi stai chiamando.

Ontologia del telefoninoSe il telefono fisso, come ci insegnano i tradizionali elenchi telefonici, fissa un indirizzo di riferimento al quale trovarmi (la casa, l’ufficio, ecc.) col cellulare questo punto di riferimento si perde in direzione appunto dell’ubiquità, dell’essere in qualsiasi luogo possibile (sempre che ci sia rete).

Detto per inciso, anche i nostri viaggi, da quando c’è il telefonino sono più semplici. Sia per ritrovarci in luoghi determinati con i compagni di viaggio che magari hanno preferito recarsi a vedere il monumento x e io invece sono andato a vedere l’y, sia per telefonare a casa. A ogni nostro attraversamento di confine poi, la compagnia telefonica del paese ospitante non tarda a segnalarci la sua presenza con un sms che ha il sapore del benvenuto e l’annuncio di un debito.

I confini geografici diventano allora oggi, tra le altre cose che sono sempre stati, anche dei luoghi sensibili al passaggio di un cellulare. C’è tutta un’intera teoria che si può sviluppare sul rapporto tra telefonino e geografia, e in parte Ferraris la sviluppa nella prima e ultima sezione del testo.

Ma il libro parla anche di molto altro. Intanto di tutto il mondo (“tutto intorno a te” come recita lo spot Vodafone) che è cambiato nel passaggio dal fisso al cellulare. Nella sua parte più filosofica, ripensa il telefonino come lo strumento par excellence, lo “strumento assoluto”, l’utensile con la U maiuscola, per come riassumerebbe in sè tutta una serie di funzioni tra cui quella di telefonare è quasi un caso particolare: dallo scrivere sms, a calcolare, a usarlo per fare foto, per tenere il tempo, come agenda, come telecamera, ecc.

Ferraris arriva a sostenere che il cellulare è in realtà una macchina da scrivere, come e molto di più del pc. E' proprio il tema della scrittura, mutuato da Derrida, che fa da sottofondo all’intero saggio. In quanto macchina da scrivere e poiché la scrittura sta a fondamento della società o meglio costituisce, “iscrivendoli”, gli “oggetti sociali”, il cellulare è quasi il trascendentale, la condizione di possibilità dell’esistenza della società odierna. Non tanto nel senso del gruppo di amici che comunicano tra loro con il cellulare così facendo società, ma proprio nel senso di condizione di esistenza di una serie di oggetti sociali che arredano il mondo in cui viviamo. Dai giornali, ai libri, alle transazioni commerciali, ai delitti, a quasi tutto ciò che c’è.

Recensione di Marco Meneghelli

Maurizio Torrealta: Guerra e informazione

Viviamo in un’epoca in cui il problema dell’informazione è fondamentale. In Italia la popolazione segue le notizie dei telegiornali o dei quotidiani senza sospettare che i contenuti siano censurati, manipolati o semplicemente dimenticati. Sempre più spesso interessi politici, economici o più in generale di convenienza portano i cittadini a non avere un quadro corretto e completo degli eventi.

Guerra e informazioneIn Guerra e Informazione – Un’analisi fuori da ogni schieramento (Sperling Paperback, p. 302, € 10,50) sedici giornalisti di diverse nazioni, culture e religioni offrono una serie di articoli sul tema comune della guerra e sulla problematica dell’informazione indipendente.

In questo modo si apre una finestra diversa sul poco conosciuto conflitto in Cecenia per mano della giornalista russa Anna Politkovskaia, ma anche diverse voci dalla guerra in Iraq, dall’inviata del tg3 Giovanna Botteri al direttore di Al-Quds Al-Arabi, da Mawafak Tawfiq, uno dei volti più conosciuti di Al Jazeera, all’inviato inglese di The Independent Robert Frisk.

Ma non c’è solo il raccontare la guerra, quello che si vede, ma anche l’analisi della più difficile delle cinque domande che un giornalista deve porsi: il “perché”. Il bisogno di approfondimento, la necessità di trovare il “senso della storia” è segnalato in molti degli interventi riportati.

Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, un settimanale dedicato alla pubblicazione dei migliori articoli della stampa estera, analizza questo argomento soffermandosi sulle diverse situazioni dell’informazione in vari Paesi. Un'altra importante e interessante problematica affrontata è lo sguardo occidentale sull’Africa dal direttore del New African di Londra Baffour Ankomah, mentre Peter Verlinden racconta le proprie esperienze da inviato in questo continente.

E’ un libro che offre numerosi stimoli per proseguire nell’approfondimento di queste tematiche fondamentali e farsi un corretto giudizio critico sul mondo dell’informazione, oltre a fornire notizie interessanti che difficilmente sarebbe possibile ritrovare nel desolante panorama editorial-televisivo italiano. Sapere che ci sono ancora giornalisti liberi fa sentire meglio chi crede in questa professione e chi rifiuta di essere rinchiuso negli stretti abiti degli schieramenti. Altamente consigliato (insieme ad un abbonamento a Internazionale).

Recensione di Gianni Mezzadri