Ultima India, di Sandra Petrignani

«Quando si torna da un viaggio in India e la gente ti chiede come è andata, senti che la domanda è carica di aspettative. Non è la stessa distratta gentilezza con cui ci si informa: be', ti sei divertito a Edimburgo? O: com'è la Cina? È sempre invece come se volessero sapere: insomma l'hai trovato l'Assoluto, l'Uno-Senza-Secondo, quella cosa il cui centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte?»

CopertinaQuesta la riflessione che si pone la scrittrice Sandra Petrignani nel suo libro Ultima India (già pubblicato dieci anni fa da Baldini e Castoldi ed ora ripubblicato da Neri Pozza: 143 p., € 14,50) ed essa sta a chiusura dello stesso, quasi a voler riepilogare il proprio viaggio – avvenuto tra novembre e dicembre del 1994 – e voler trarre un senso da esso. Tanto più che tale viaggio è stato compiuto su pressione di amici e conoscenti che consigliavano la Petrignani (scrittrice nata a Piacenza e residente a Roma, con all'attivo romanzi come Poche storie, Care presenze, La scrittrice abita qui, ecc.) di visitare l'India prima che essa scomparisca travolta dal processo di modernizzazione (la Cindia di Federico Rampini?).

Sarebbe stato interessante dunque se la ripubblicazione del libro fosse stata accompagnata da un aggiornamento, o almeno da una prefazione o una conclusione, con l'autrice che a distanza di un arco temporale significativo ci dicesse se e come vedeva cambiata l'India, ovvero se quella del '96 era davvero l'ultima India.

Anche in mancanza di tale aggiornamento il libro si fa apprezzare sia per la qualità della scrittura sia per la qualità dell'osservazione. La Petrignani ci narra infatti le sue peregrinazioni per l'India alla ricerca di monumenti ma anche dei templi che in gran copia esistono in India ed hanno ispirato vere e proprie migrazioni spirituali. Eccola allora a confronto con il pensiero di Gandhi, di Krishnamurti, di Sri Aurobindo, ma eccola anche faccia a faccia con il Sai Baba.

Quello che ne esce sono sensazioni contrastanti, apparentemente non assimilabili in un quadro unico: la pulizia, l'ordine, la spiritualità delle scuole teologiche o teosofiche vanno a braccetto con una umanità incredibilmente povera e virulenta come quella descritta a Benares dove vivi e morti, gli animali e tutti i gradi della malattia convivono fianco a fianco sparendo in maniera addirittura miracolosa ai cancelli delle scuole o dei luoghi sacri.

L'autrice si chiede il motivo di tali incongruenze e tenta di trovarne indizi nelle persone che incontra o che l'accompagnano per parte del suo viaggio, in particolare il suo autista, Ayyappam, che ripete ogni cosa due volte, o Marc, un turista americano che rimpiange l'efficientismo industrializzato e pulito raggiunto dal Dubai dove lavora, o Nawaz, giovane studioso di ingegneria elettronica che inaspettatamente le fa la corte. A queste riflessioni si aggiungono i colloqui con i maestri delle scuole visitate: tutti pieni di saggezza, ma contemporaneamente tutti insufficienti nella mente dell'autrice.

In conclusione le risposte al quesito riportato all'inizio non sono costituite da sentenze, certezze irrefutabili, illuminazioni, quanto dalla comprensione e dall'arricchimento insiti nell'atto stesso del viaggiare, dell'essere messi di fronte a scenari – sociali, culturali, ecc. - diversi da quelli che sono radicati in noi. Non è un caso che la Petrignani metta in calce al volume l'elenco delle letture – Kipling, Nietzsche, Chatwin, Gandhi, Krishnamurti, Moravia, Pasolini, ecc. - che l'hanno accompagnata sia fisicamente sia culturalmente nel viaggio. Ecco che dopo dieci anni scopriamo che il diario di viaggio della Petrignani dunque non solo non è diventato un inutile memoir, ma che al contrario si è trasformato in un piccolo classico della letteratura di viaggio.

Recensione di Francesco Mazzetta