Città ombra, di Robert Neuwirth
Robert Neuwirth è un giornalista statunitense che scrive per il New York Times, The Nation, The Village Voice, Newsday, Metropolis e City Limits e che per il libro pubblicato da Fusi orari - "Città ombra, viaggio nelle periferie del mondo" (284 p., € 15) ha trascorso due anni della sua vita nelle comunità squatter delle baraccopoli delle principali città del mondo. Precisamente a: Rocinha, favela di Rio de Janeiro; Kibera, «un mare di case fatte di terra e pezzi di legno che sorge da primordiali pozzanghere di fango» a Nairobi; Sanjay Gandhi Nagar a Mumbay; Sultanbeyli, cittadina abusiva con tanto di municipio alle porte di Istanbul.



La prima osservazione che compie Neuwirth entrando in ognuna di esse è che queste comunità non sono degradati ricettacoli della criminalità come vengono dipinti dai media, ma al contrario sono generalmente ordinate e rispettose dell'ordine, spesso molto più dei quartieri “ufficiali” delle città a cui sono collegate. Gli abitanti, nella maggioranza non sono individui equivoci o criminali che si pongono volontariamente ai margini della società, ma uomini e donne “comuni” richiamati nella città dalle possibilità economiche e di lavoro che essa offre, ma impossibilitati a trovarvi dimora a causa dei prezzi esorbitanti delle abitazioni e dei relativi affitti che costruiscono, per sé e per le proprie famiglie, una spartana dimora in terreni abbandonati.
Ma proprio il primo slum descritto da Neuwirth, quello di Rocinha, dimostra come gli squatter, se non scacciati dalle forze dell'ordine e non pressati da speculatori terrieri, riescono nel giro di non troppi anni a migliorare la zona da loro abitata, a trasformare i miseri tuguri iniziali in vere e proprie abitazioni spesso con tanto di servizi igienici, acqua corrente, linee elettriche e tv. Di più: si trasformano in veri e propri quartieri dove la vita può essere più confortevole che non nei quartieri cosiddetti ufficiali, dove la malavita organizzata – paradossalmente? - consente un livello di sicurezza maggiore che nel resto della città.
Ultima notazione assolutamente importante è la descrizione dell'autostima che spinge gli squatter anche nelle condizioni più miserabili a migliorare le proprie condizioni prima di tutto col lavoro. Per dimostrare ciò Neuwirth narra il proprio disagio a Kibera nel mantenere un'immagine decente di sé in un mondo fatto di fango stupendosi contemporaneamente di come gli abitanti riuscissero invece a indossare sempre abiti perfettamente lindi e stirati. E soprattutto lo stupore nello scoprire che il disagio dimostrato dagli abitanti dello slum nei suoi confronti non era dovuto al suo essere straniero o al diverso colore della sua pelle, ma al fatto che lui puzzasse e non riuscisse a tenersi pulito.

Neuwirth non si limita a descrivere questi quartieri, ma ne traccia sia una storia – narrando come le occupazioni abusive siano alle radici delle metropoli più importanti del mondo occidentale come Londra o New York – sia un profilo politico. Interessante in particolare quest'ultimo in quanto Neuwirth mostra come gli abitanti degli slum non sono rivoluzionari, ma anzi quando in qualche modo riescono a organizzarsi politicamente, come a Sultanbeyli, si dimostrano tendenzialmente conservatori, appassionati sostenitori dell'ordine. E vede in ciò una sorta di contestazione delle manifestazioni attuali del marxismo a favore invece di un recupero del marxismo originario, del valore inteso come appropriazione e modificazione tramite il lavoro del materiale grezzo messo a disposizione dalla natura.
In questo caso terreni non occupati che dagli squatter vengono resi disponibili all'economia tramite le costruzioni da loro realizzate che possono essere comprate, vendute, affittate e funzionare da base per l'ampliamento di servizi sia commerciali che infrastrutturali. Per questo Neuwirth indica proprio nelle “baraccopoli”, e nel problema che esse pongono al concetto contemporaneo di “proprietà”, un nodo centrale che l'economia e la politica devono risolvere per gestire efficacemente la globalizzazione del mondo.
Recensione di Francesco Mazzetta