Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi
Jim Shepard: Project X
Potente, questo romanzo di Jim Shepard (Meridiano Zero, p. 216, € 12,50). Narra, in prima persona, della
vita di 2 amici statunitensi alla soglia dell’adolescenza, Edwin
e Roddy, detto Scheggia.
Chi ci parla è Edwin, e la realtà che ci descrive è
anodinamente terrificante: Scheggia è il suo unico amico ed entrambi
condividono lo stesso destino di reietti a scuola e di incompresi e
non inseriti in famiglia. Nasce in loro però l’idea di
un progetto che li farà di certo ricordare, e a lungo, in una
personalissima interpretazione della strage di Columbine, magistralmente
documentata anche da Michael Moore.
La
scelta della narrazione in prima persona è quanto mai congeniale
al genere di storia esposta, e viene portata avanti con coerenza e anche
con una certa maestria. Attraverso gli occhi disincantati, se non addirittura
già cinici, di Edwin, assistiamo alla necrosi di un mondo dove
ormai nemmeno più la forma ha senso, dove nelle relazioni interpersonali
la sopraffazione e la violenza sono elementi inevitabili, se non costitutivi,
dove anche i legami familiari sono supposti e non costruiti, consolidati
e sorretti da una profonda conoscenza e da voglia di condivisione.
In un contesto sociale e umano così disciolto e lacerato, il progetto di Edwin e Scheggia è, se non giustificabile, almeno comprensibile: in un sistema in cui nessun valore è rispettato nemmeno nominalmente, in cui le persone che stanno intorno ai due ragazzi si dividono, nella parole di Scheggia, in “quelli che non sanno niente di noi, e quelli che non ne vogliono sapere”, la loro azione, in sé estrema, perde la sua gravità per la mancanza assoluta del benché minimo modello di riferimento. Il loro gesto forse è una forma, violenta e radicale, di vagito, di sanguigna richiesta di esistenza.
Shepard maneggia una materia incandescente e spinosissima con una delicatezza
ed una padronanza veramente ammirevoli, assumendo il punto di vista
-spaventosamente- neutro del protagonista, amplificando così
ulteriormente l’effetto di vuoto centripeto sottostante tutto
il romanzo, di “casa bruciata dall’interno e crollata”,
come efficacemente conclude il protagonista/narratore in chiusura.
Un (altro) ritratto di un'America in cui il disagio e la mancanza di
punti di riferimento è un pericolo maggiore di qualsiasi forza
terroristica.
Recensione di Maurizio Marenghi
Abdellah Hammoudi: Una stagione alla Mecca
Più o meni tutti sanno che uno dei pilastri dell’Islam è il pellegrinaggio alla Mecca, quasi nessuno sa però con quali modalità viene svolto questo dovere fondamentale di ogni musulmano. In Una stagione alla Mecca (Bompiani Overlook, p.323, € 16,00) Abdellah Hammoudi, antropologo marocchino docente alla Princeton University negli Stati Uniti, attraverso il suo personale pellegrinaggio ci porta alla scoperta delle innumerevoli difficoltà che si celano dietro a questo viaggio.
Vi
troviamo i mille problemi burocratici, la corruzione per assicurarsi
un posto, gli alloggi stipati, l’assenza di sonno, i trasporti
improvvisati, ma anche la forza della fede del popolo islamico che con
i suoi riti riesce a superare l’immensa rete di interessi consumistici
che ruotano intorno a questa esperienza.
Il punto di vista dell’autore è ambivalente. E’ interno perché, anche se ha parzialmente abbandonato la partecipazione attiva alla religione, ne sente ancora il richiamo e compie il pellegrinaggio come attore e non come semplice spettatore. Allo stesso tempo è anche un osservatore nelle vesti di antropologo, alla ricerca delle origini dei riti, della diversità delle correnti di pensiero, della moltitudine di atteggiamenti e idee che hanno i partecipanti a questo viaggio.
Hammoudi raggiunge l’obiettivo di farci comprendere le modalità e i retroscena del pellegrinaggio, ma si perde spesso in verbosità e ripetizioni riguardanti soprattutto le personali difficoltà e le contraddizioni nell’essere contemporaneamente soggetto attivo e osservatore e nell’essersi distaccato dall’Islam e allo stesso tempo sentirne il forte legame.
I numerosi aneddoti invece ci portano
a contatto con il mondo musulmano, un insieme eterogeneo di popoli che
spesso vengono visti in modo stereotipato e monodimensionale, ma che in
realtà, a uno sguardo più attento, mostrano la ricchezza
di una cultura che il mondo occidentale spesso sminuisce e sottovaluta.
Utile anche se talvolta noioso.
Recensione di Gianni Mezzadri
Maurizio Paoli: Fourtrips
Fourtrips è un libro di viaggi, ma non una “narrazione” di viaggi e neppure un “diario”. La definizione migliore la dà lo stesso sottotitolo: “Appunti di viaggio”. E in effetti di appunti si tratta, annotazioni, quasi casuali, eppure sempre interessanti, sempre centrati a tentare di capire il paese che il viaggiatore sta in quel momento visitando. E i viaggi descritti in Fourtrips sono cinque: India, Marocco, Birmania, Perù e Israele. In ognuno di essi Maurizio Paoli, autore di Fourtrips (Cesarenani Editrice a € 12) e protagonista dei viaggi, cerca di dare conto non dell'impressione del turista, ma al contrario di capire la realtà che ha di fronte.
Va
da sé: come turista e non come antropologo, e neppure come viaggiatore
scrittore (nessuna pretesa insomma d'essere un novello Stendhal), ma
come turista non accecato stolidamente dalle rotte tracciate dall'industria
della vacanza, e attento invece a guardare la realtà esotica
che lo circonda con occhi il più possibile disincantati ed allo
stesso tempo partecipi.
Nascono così annotazioni brevi, fulminee, quasi aforismi che a modo loro dipingono la realtà dei paesi visitati meglio di tante guide. Certo, non la realtà “fisica”, banalmente geografica, quanto la realtà intesa come l'“anima” del luogo scrutata attraverso le persone che lo abitano.
E a completare le annotazioni di viaggio ecco anche alcune testimonianze di lettori dei reportage di Paoli, oltre a qualche foto. Poche, queste ultime, ma a modo loro rappresentative non meno del testo, quasi tutte a riprendere non le bellezze naturali, ma persone colte nel pieno della loro attività in mercati, templi, strade.
Per certi versi dispiace che Paoli non si sia sforzato di elaborare un po' di più il materiale sostanzialmente grezzo che ci presenta, ma d'altra parte tale debolezza è anche la forza per altro aspetto del libro: impressioni a caldo, senza alcuna mediazione letteraria o riflessione successiva ad ammorbidirne le asperità. Forse per questo Fourtrips è probabilmente un libro maggiormente adatto a chi i viaggi preferisce farli piuttosto che leggerli.
Recensione di Francesco Mazzetta
Marco Nese: Far West. Sui sentieri di indiani e cowboy
Marco Nese è giornalista del Corriere della Sera, collaboratore di Raiuno e autore di libri dedicati ad inchieste sulla mafia. Ma in Far West: sui sentieri di indiani e cowboy (Rai-Eri, 157 p., € 13) protagonisti sono gli scenari più esotici degli Stati Uniti, quelli meta del turismo di massa, eppure sempre estremamente coinvolgenti quasi a voler sfidare qualsiasi banale commercializzazione: il Grand Canyon, Monument Valley, Arches, Bryce Canyon, Zion Park, Las Vegas, Death Valley, Yosemite Park.
Un
tour che ciascuno di noi può compiere, e magari l'ha già
pure fatto, una o più volte. Eppure la descrizione che Nese fa
della sua vacanza non è meno interessante. Perché comunque
l'occhio attento del giornalista va a curiosare là dove i comuni
turisti non si soffermano, va a indagare – e quindi a spiegarci
– la storia e le curiosità umane attorno a quei luoghi
magnifici che la natura ha saputo creare. Svela difetti ed idiosincrasie
tipicamente americane – su tutte le passioni per il “junk
food” e per le pacchianate – ma ne sottolinea pure la forza
interiore e rileva dettagli che meriterebbero da soli approfonditi studi.
Solo un paio d'osservazioni, come esempio. A Fruita, nello Utah, sulle fertili rive del fiume Fremont, ci sono frutteti in cui chiunque passa può raccogliere liberamente frutta per mangiarla. Ma se invece si vuole raccoglierne un po' di più per portarsela via, è gradita un'offerta da lasciare in cassette lasciate sul ciglio della strada. Cassette che sono un sintomo lampante nella fiducia verso il prossimo degli americani e che invece da noi resisterebbero ben poco a ladri e/o vandali o rimarrebbero sconsolatamente vuote ignorate dai “furbi”.
Un'altra osservazione riguarda l'urbanistica americana, confrontata con quella europea (e non solo): il nucleo urbano negli Stati Uniti è sempre costruito attorno a una strada, mentre in Europa il suo centro è la piazza. La notazione di Nese in questo caso si ferma qui a mostrare come il nucleo abitativo sia funzionale alle ondate migratorie che hanno investito l'Ovest americano, ma chiaramente si tratta di un'osservazione che già da sola spinge alla riflessione sulla differenza culturale tra questi due continenti solo in apparenza accomunati dalla definizione di “Occidente” oggi di moda tra commentatori di notizie e sociologi da salotto televisivo.
In conclusione Far West di Nese è un occasione per conoscere meglio non solo il West (e magari andarlo o ritornarlo a visitare con occhi maggiormente consapevoli) ma anche un'occasione per ripensare, in base ai suggerimenti dell'autore, la nostra immagine, forse un po' troppo stereotipata, degli Stati Uniti.
Recensione di Francesco Mazzetta
James Lee Burke: La ballata di Jolie Blon
Il luogo è la Louisiana: il reticolo di bayou e di vecchie tradizioni sudiste e razziste che costituiscono un contemporaneo ed indistricabile labirinto sia per lo spazio geografico che per quello spazio interiore che chiamiamo “anima”. E' lì che lavora come poliziotto Dave Robicheaux, il protagonista di una fortunata serie di romanzi polizieschi di James Lee Burke.
Nell'ultimo, La ballata di Jolie Blon (Meridiano Zero, 408 p., € 16), Dave si trova di fronte alla brutale
violenza sessuale e successivo omicidio ai danni di una ragazzina adolescente.
L'odio comune si indirizza immediatamente contro persone di colore ed
in particolar modo contro un ragazzo nero il cui principale peccato
non è quello di essere un drogato o di essere un eccezionale
musicista blues, quanto quello di fare il filo ad una ragazza bianca.
Ma Dave sa che una cosa sono gli assassini materiali, ed un'altra l'humus culturale che ha consentito che l'assassinio potesse essere compiuto. E allora non basta andare a indagare all'interno della comunità di colore, ma occorre anche smuovere il marcio che c'è all'interno della rispettabile comunità bianca, non solo, ma proprio tra i suoi esponenti apparentemente più progressisti e liberali.
E il tutto ogni volta riporta Dave al passato, un passato fatto di violenza e sopraffazione, di schiavutù e di violenze inimmaginabili ai danni della gente di colore. In questo caso pericolo ben maggiore del giovane bluesman Tee Bobby Hulin e della malavita organizzata, sono due persone apparentemente agli antipodi: da un lato Legion, antico supervisore della piantagione del padre dell'avvocato di Hulin che era temuto come il demone suo omonimo dagli schiavi e come violento stupratore dalle schiave; dall'altro lato Marvin Oates, apparentemente innocuo venditore porta a porta di Bibbie, che in realtà ha un'idea tutta propria di come vada somministrata la giustizia divina.
Sembra proprio che abbia perfettamente ragione l'amico di Dave, Clete Purcel, quando dice al primo: «Questa è la Louisiana, Dave. Il Nord del Guatemala. Smettila di fingere di vivere negli Stati Uniti e la vita avrà molto più senso.» Ma per Dave, veterano del Vietnam, ex-alcolizzato, ex-detective di New Orleans, la contea di New Iberia dove vive e lavora ed il bayou Teche, in riva al quale ha anche un negozio di esche, sono la propria parte di paradiso in mezzo all'inferno che egli ogni volta farà di tutto per difendere.
Recensione di Francesco Mazzetta
Valeria Giordano: La Metropoli e oltre
La metropoli e oltre è un saggio (Meltemi, 168 p., € 16) che prende a pretesto la figura moderna della metropoli per parlare e soffermarsi piuttosto sulle figure della modernità; infatti, d’accordo con Simmel, “la metropoli è l’essenza stessa della modernità” (G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito).
Gli
autori che ci accompagnano nell’attraversamento di queste figure
sono tra i maggiori esponenti della critica della modernità e
sono quasi tutti dei classici assoluti: da Nietzsche a Musil, da Baudelaire
a Benjamin, per non dire del già citato Simmel, di Schutz, di
Rimbaud e di molti altri autori. Tutti per lo più accomunati
dal trovarsi ad essere nati e aver avuto il “privilegio”
di vivere durante il sorgere del moderno (cioè tra la seconda
metà del XIX e la seconda metà del XX sec., con qualche
incursione fino a noi).
Un privilegio da intendersi in modo paradossale come quello della perdita
del privilegio tipica della modernità: della fine dello sguardo
sull’intero, di cui già parlò Musil e da cui deriva
la frammentarietà del vivere moderno.
Ciò che sembra è che l’autrice, parlando della modernità,
parli di un tempo che in parte è ancora il nostro ma in buona
parte non lo è più (e allora ci attenderemmo un prossimo
saggio in cui ci parli della post-modernità in cui ora viviamo…).
Ciò che conta tuttavia è ,come già detto, il link tra modernità e metropoli. In effetti, per certi aspetti, nella metropoli sopravvive il moderno, ma forse nel modo in cui Wittgenstein parlava del linguaggio usando come metafora la città. Tant’è, secondo Giordano noi dovremmo operare la scelta di oltre-passare il moderno un po’ come fa Zarathustra di fronte alla soglia della grande città nel libro omonimo: la oltrepassa, così eccedendo, violando il limite nella direzione, appunto, dell’ubermensch.
Di questo oltre-uomo, in realtà, non vengono date molte coordinate o specificazioni. Potremmo dire, un po’ scherzosamente, che si tratterebbe di una sorta di oltre-uomo senza qualità. Il saggio, di fatto, non sembra aggiungere molte novità al già sentito e scritto di autori così illustri. C’è però un capitolo che, pur nel commento fedele all’autore, sembra cogliere nel segno: quando Giordano parla di alcuni personaggi della modernità: l’avventuriero, il giocatore, lo straniero, lo spettatore, il consumatore. Pagine che valgono il libro intero è che possono giustificarne l’acquisto.
Recensione di Marco Meneghelli