Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi
Paolo Fittipaldi: L’apprendista viaggiatore
Non so quanti ricorderanno la canzone Once In A Lifetime dei Talking
Heads: beh, in quella canzone David Byrne diceva che una volta nella
vita, appunto, ti potresti svegliare e dirti che la casa dove vivi non
è la tua bella casa, che la donna che hai accanto non è
la tua bella moglie e che quella che stai vivendo in definitiva non
è la tua vita.
Una
cosa del genere accade al protagonista del romanzo di Paolo
Fittipaldi (L’apprendista viaggiatore,
I Fiori Di Campo, pp. 170, € 11,75), Carlo, che una giornata qualunque,
come tutte le altre (solo più tardi capirà che tutte le
sue giornate erano troppo qualunque e troppo come tutte le altre) si
pone quelle stesse domande quasi per una casualità, per un piccolissimo
scarto nella sua esistenza abitudinaria. E la sua risposta è
no, la vita che sta vivendo non è la sua, o almeno lui non la
vuole più, non gli appartiene più, non era lui che la
stava vivendo, era una sua frazione, minuscola, debole e impaurita.
Con lo sprone datogli dalla scomparsa dell’amico del cuore, il suo “condottiero”, come egli lo definisce, lascia senza spiegazioni né rimpianti la sua vecchia vita e si butta nella ricerca dell’amico Paolo per portargli la notizia della nascita di suo figlio.
Il viaggio che segue questa decisione porterà Carlo a visitare larga parte del mondo che lui deciderà di conoscere e descrivere più come ritrattista che come paesaggista, preferendo il contatto e la conoscenza con le persone che gli capita d’incontrare e che lo aiuteranno nel proseguimento del suo viaggio e della sua ricerca; poco male che alla fine la sua ricerca non sia fruttuosa, tanto il nuovo Carlo è diventato ormai condottiero di se stesso.
Recensione di Maurizio Marenghi
Aldo Nove: Milano non è Milano
Da un punto di vista logico, l’enunciato “Milano è Milano” è una tautologia; in questo senso il corrispettivo Milano non è Milano (Laterza, 145 p., € 9) dovrebbe essere una contraddizione. Ma, come sanno bene i filosofi, se il primo enunciato, pur predicando l’identità A=A, aggiunge valore informativo al significato del soggetto (ribadendo la “milanesità” di Milano, un po’ come dire: “Milan l’è on gran Milan”); così la negazione dell’identità, A = nonA, asserisce qualcosa che va al di là della mera contraddizione logica.
Il
fatto è che, secondo lo sguardo interpretativo di Aldo
Nove, Milano ha un po’ la stessa consistenza del fiume
di Eraclito: il fiume è lo stesso ma le sue acque cambiano di
continuo, tanto che non è mai la stessa l’acqua in cui
ti bagni. Così è (o non è) Milano: in perenne mutamento.
Milano non è mai la stessa e perciò la sua essenza incoraggia
una logica della contraddizione: non puoi fissare un punto di riferimento
e dire: “questa (o quella) è Milano”, perchè
un mese dopo quella cosa lì non c’è più ed
è già stata sostituita da qualcos’altro.
Certo, ci
sono cose a Milano che hanno una relativa persistenza, come, a esempio,
Piazza Duomo. Ma se il Duomo è lì da molti secoli, non è
lo stesso per il Virgin Megastore, la Ricordi, o l’insegna dell’impiegata
con la macchina da scrivere che fino a qualche anno fa ancora campeggiava
accanto all’insegna delle percentuali borsistiche, giusto di fronte
alla facciata della cattedrale che dà il nome alla piazza. Ma che
oggi non c’è più.
E permane solo nel ricordo di chi
l’ha vista.
Cercare di descrivere il mutamento continuo di una città
paradigma del cambiamento come Milano: è questo il compito implicito
che si assegna Nove nel suo nuovo libretto, che, come da quarta di copertina,
è “una guida d’autore alla metropoli più metropoli
d’Italia”. Compito che Nove svolge diligentemente, anche se
forse non mantenendo completamente le aspettative di una così bella
idea (ma ha la totale scusante di dover scrivere una guida e non un libro
di narrativa sulla città di Milano). C’è da dire però
che, quando le premesse del compito sono mantenute, il lavoro di Nove
è di ottimo livello (tanto per fare un esempio, nel folgorante
e borgesiano inizio del libro).
Un lavoro in cui Nove mantiene la stilistica e la poetica che l’ha
reso noto, e che non potrebbe attagliarsi meglio che a una città
come Milano. Quando leggo Nove infatti, ho sempre l’impressione
di leggere un libro del Marchese de Sade: c’è lo stesso ossessionato
gusto per il valore capovolto, il conferire valore a ciò che per
un certo senso comune artistico è brutto, kitsch, immorale. E di
parlar bene, anzi benissimo, di ciò che a tutti o per lo più
appare male o anzi malissimo. Un esempio su tutti: la glorificazione che
Nove fa dei centri commerciali milanesi.
Con sensibilità futurista infatti Nove di Milano ama soprattutto i confini e i contorni (l’hinterland, Quarto Oggiaro, la periferia in genere e ciò che di periferico e global e consumistico e spersonalizzante sta in centro). E con questo sadismo leggero e profondo, Nove ci restituisce l’immagine attendibile di una città in cui “se sta mai coj man in man”. Ed è proprio vero: Milano è davvero molto simile a come Nove la descrive. O forse è già cambiata?
Recensione di Marco Meneghelli
Derek Raymond: Atti privati in luoghi pubblici
Quando si pensa alla swinging London degli anni ’60 può capitare di riandare con la mente alla rappresentazione datane in Absolute Beginners di Julian Temple (anche se in realtà il film era ambientato nei tardi ’50): il clima quello di una tempesta che stava spazzando via il vecchiume della società tradizionale uscita con le ossa rotte dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla seguente crisi del colonialismo e di un “nuovo” che però non era sempre così automaticamente piacevole.
Derek
Raymond, scrittore a suo modo “maledetto” giunto
solo poco prima della morte alla notorietà letteraria e diviso
dalla giovinezza tra miriadi di lavori diversi in miriadi di posti diversi
in tutto il mondo, ci racconta in Atti privati
in luoghi pubblici (Meridiano Zero, 219 p., € 13,50) la
sua versione di questi anni ’60 in un romanzo fuori dalla serie
della Factory che lo ha reso celebre.
La storia è quella di Lydia Quench, rampolla degenere di una famiglia
dell’alta aristocrazia inglese alla quale la madre taglia i viveri
come risposta ad un comportamento eccessivamente anticonformista. Lydia
non si fa problema della cosa e per sopravvivere posa inizialmente per
scatti osé per poi trovarsi sempre più invischiata nell’industria
a luci rosse.
La spirale in cui cade Lydia ci viene narrata dal cugino, Michael Mendip, appartenente ad un ramo cadetto della famiglia caduto in disgrazia economica e personalmente ridottosi a gestire un negozio di proprietà di un altro membro della famiglia: Viper. Mendip è ritratto da Raymond come un omosessuale quasi macchiettistico nella sua estenuata sensibilità. Ma, come pure dovrà riconoscere il coriaceo Viper, la sensibilità di Mendip è l’unica cosa che può salvare una società condannata alla distruzione per l’incapacità di relazionarsi del nuovo (Lydia, la sorella marxista, Viper stesso) col vecchio rappresentato dalla madre di Lydia incapace non solo di capire le figlie, ma assolutamente scandalizzata da qualsiasi novità al punto di rifiutarsi categoricamente non solo di aiutare ma pure di conoscere le disgrazie di Lydia.
Solo Mendip ha la sensibilità necessaria per salvare Lydia prima di tutto da se stessa, perché è l’unico a capire che ciò di cui ha bisogno è l’amore che in primis le è stato negato dalla propria stessa madre. Ma questa sensibilità non arriva in tempo per impedire che la spirale di Lydia giunga all’ineluttabile epilogo.
Quando a Derek Raymond, in una intervista è stato chiesto di spiegare perché tanti suoi amici fossero finiti male egli, sorseggiando l’immancabile birra, ha risposto che nelle famiglie dell’upper class inglese si sono allevati i figli a suon di menzogne; quando poi essi si sono accorti di quanto la vita reale sia distante dalla bolla in cui sono cresciuti, di come apparenza e realtà non siano conciliabili, sono impazziti, diventati schizofrenici, si sono suicidati. Facendosi carico sulla loro stessa pella dell’incapacità di accettare il cambiamento da parte di una classe che pure aveva dominato il mondo.
Recensione di Francesco Mazzetta
Stenio Solinas: Percorsi d’acqua
Percorsi d’acqua di Stenio Solinas (Ponte alle Grazie, 211 p., € 13,50) è un libro particolare. Un grande esempio di reportage giornalistico di un autore che, pur raccontando fatti, non rinuncia a darne una propria versione, possa essa piacere o meno.
Un
libro bello perché ci racconta di luoghi legati all’acqua
come Venezia, come Key West, come Caprera, in modo insolito ed originale,
mostrando aspetti della storia di questi luoghi che è difficile
trovare altrove. Stenio Solinas è inviato ed editorialista per
Il Giornale ed ha scritto altri libri frutto di reportage giornalistici.
Ed ha il dono e la capacità di essere un bravo giornalista. Di
appassionare il lettore a quello che scrive. Di fargli vedere le cose
attraverso i suoi stessi occhi. Occhi, come già detto non indifferenti.
Eccolo dunque a Venezia, dove ci fornisce una illuminante controstoria della Serenissima, ripercorrendola coi passi di Ezra Pound. Continua ancora sull’isoletta francese di Yeu dove, accanto ad interessanti notazioni sulla Vandea e sulla Restaurazione, riabilita la figura del Maresciallo Petain – ivi incarcerato e morto -, responsabile della Francia di Vichy.
Poi eccolo alla congiunzione tra Tigri ed Eufrate a parlare con quelli che un tempo erano pescatori e oggi vivono nel deserto creato da Saddam Hussein per bonificare le vaste zone acquitrinose dove i due fiumi si uniscono: crimine, per l’autore, ben più grave del possesso delle mai trovate armi di distruzione di massa. Eccetera.
Tanto basta per dare l’idea del libro. Una carrellata puntuale e personale allo stesso tempo sui luoghi legati all’acqua visitati da Pound, Hemingway, Simenon ed altri – famosi o meno – scrittori e studiosi. E su tutto la capacità di Solinas di proporre al lettore una prospettiva mai scontata dei luoghi descritti.
Recensione di Francesco Mazzetta
Edward Abbey: Fuoco sulla montagna
Il paesaggio è uno dei protagonisti di (quasi) tutti i migliori
romanzi (e film) western. Semplicemente è il paesaggio stesso
che fonda il genere: l’immensità selvaggia di fronte alla
quale i coloni e i loro problemi e drammi si trovano ridimensionati.
Un paesaggio che anche oggi, sebbene colonizzato, industrializzato,
inquinato, rende al viaggiatore l’idea dell’immensità
incontaminata. Così è per l’angolo del deserto del
New Mexico descritto in Fuoco sulla montagna (Meridiano Zero, 205 p., € 12) di Edward
Abbey.
Pur
essendo ambientato all’inizio degli anni ’60 del secolo
scorso (gli stessi anni in cui il libro è stato originariamente
scritto) possiamo parlare per esso di genere western (allo stesso modo
del resto della trilogia dei cavalli di Cormac McCarthy o di The Hi-Lo
Country, stupendo film di Stephen Frears che chissà perché
da noi non è ancora uscito in DVD…) proprio perché
è sul possesso di questo territorio che uomini si sfidano fino
ad arrivare ad un vero e proprio “duello” finale.
I contendenti sono l’anziano John Vogelin, proprietario di un ranch su cui crescono yucche e sterpaglie appena sufficienti a dare nutrimento alla stentata mandria che alleva, e nientemeno che l’esercito degli Stati Uniti, che vorrebbe espropriargli la terra per farne una base missilistica.
Benché i soldi offerti per il ranch dal governo superino abbondantemente il suo valore reale, il vecchio cowboy rifiuta cocciutamente di andarsene dal luogo in cui è nato e che conosce alla perfezione, tanto da non aver bisogno di altro mezzo di locomozione che il suo cavallo (tranne per il pickup che gli serve per fare provviste in città) e neppure dell’energia elettrica.
Il conflitto tra il vecchio Vogelin e il governo degli Stati Uniti ci è raccontato dal punto di vista del nipote, Billy Vogelin Starr, che trascorre la sua ultima estate in vacanza dal nonno, cavalcando con lui alla ricerca di cavalli dispersi e di puma delle montagne. E’ attraverso i suoi occhi che vediamo come sia distruttivo il progresso, rappresentato appunto dall’esercito, se non moderato dal rispetto per l’ambiente. Chi vincerà questo conflitto è abbastanza facile immaginarlo, anche se la conclusione non è poi così scontata e il vecchio cowboy riuscirà comunque alla fine a soddisfare le sue speranze.
Recensione di Francesco Mazzetta
Mario Maffi: Mississippi
Mi sto ascoltando Funeral for a Friend, l’ultimo album appena uscito della The Dirty Dozen Brass Band, e sono letteralmente sommerso dall’atmosfera di The Big Easy, ovvero New Orleans. Ancora più dello zydeco, la forma musicale tradizionale tipica del bayou, il mix tra jazz, blues, soul e gospel tipica delle bande di ottoni riesce a trasportare immediatamente l’ascoltatore in quell’angolo del sud degli States in cui scorre il Mississippi.
Un
sound dolce e triste in cui improvvisi scoppi d’allegria sfrenata
apparentemente del tutto fuori luogo (ricordate l’episodio iniziale
di Vivi e lascia morire, in cui un collega di 007 viene ucciso proprio
durante l’esibizione in strada di una di queste brass band?) ci
rimandano alle contraddizioni di un luogo allo stesso tempo leggiadro
e prosaico: il sud del Mississippi, contemporaneamente patria di ibridazione
e di razzismo, di bellezza naturale di attentati ad essa dall’industria
umana, di “leggerezza” esistenziale (“The Big Easy”!)
ma anche di povertà e miseria. Contraddizioni che esplodono clamorosamente
lungo il tratto finale del fiume, ma di cui non è esente nessun
tratto del suo percorso.
E ce lo spiega perfettamente Mario Maffi nel suo Mississippi (Rizzoli, pp. 542,
€ 20; sottotitolo: Il grande fiume: un viaggio alle fonti dell’America),
un libro frutto di due viaggi up e downriver e di intensi studi per raccontare
al lettore la storia e la vita di questo fiume che è il generatore
di tutto il continente nordamericano. Il suo bacino, con comprensivo dell’ampia
corte dei suoi affluenti, comprende infatti gran parte del territorio
statunitense, dalle Montagne Rocciose fin quasi all’Atlantico, e
costituisce il ricco panorama di quelle midlands che sono state il cuore
mitico ed economico della colonizzazione americana.
Per raccontarlo Maffi non si limita a descrivere le sue impressioni, ma
le mette continuamente a confronto con gli studi sulla storia, sulla geologia,
sul folklore (sportivo, gastronomico e musicale: non dimentichiamo che
nell’area del Delta nasce il blues!) di questa vasta area. Per questo
Mississippi non è un libro facile, da leggere tutto d’un
fiato, ma non di meno è un’opera affascinante e ricca, che
cattura, in ogni sua pagina l’attenzione del lettore, spingendolo
a rincorrere i riferimenti forniti da Maffi e a cercare i libri di cui
parla e soprattutto a visitare i luoghi che descrive.
E questo – mi pare – è il miglior complimento che si
possa fare ad un libro di viaggi!
Recensione di Francesco Mazzetta