Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi

Valeria Viganò: Siamo state a Kirkjubæjarklaustur, Viaggio in Islanda

L’Islanda è «il luogo che connette interno ed esterno, dove si conta il pulsare della terra e si tiene sotto controllo il battito del cuore»: la descrivono così Armitage e Maxwell in Moon Country e Valeria Viganò riprende il loro giudizio nel suo Siamo state a Kirkjubæjarklaustur, Viaggio in Islanda (Neri Pozza, 127 p., € 15).

Viaggio in IslandaPiù che libro di viaggio, il libro della Viganò è il diario di una vacanza “intelligente”, fatta non solo per ritemprare animo e fisico fiaccati dalla routine cittadina, ma anche per seguire le tracce degli analoghi viaggi in Islanda compiuti dal poeta inglese W. H. Auden. E il giudizio finale dato dalla Viganò all’opera del poeta può in certa misura essere ribaltato sulla sua stessa opera: «Letters from Iceland, libro [di Auden] commissionato e risolto con grandissime trovate tecniche per sopperire alla difficoltà di descrivere il vuoto incontrato sul campo…».

E il problema è proprio lì: il vuoto. Intendiamoci: il viaggio della Viganò è ben poco avventuroso, il suo approccio all’Islanda è quello di un turista fly & drive, pacchetto che se non costringe a rimanere assieme ai connazionali del viaggio organizzato è comunque preparato con cura per ridurre al minimo gli eventuali disagi.

Ma nonostante questo, nonostante un certo atteggiamento snob della Viganò nei confronti dell’Islanda “civilizzata” e relativamente densamente popolata di Reykjavik e dintorni, la descrizione nel suo libro è tutto sommato per lo più limitata a queste zone, mentre all’interno, quando la civiltà manca e si ritrova di fronte alla natura impervia ed ostile nella sua indifferenza le parole mancano. Almeno quelle per descrivere ciò che vede.

Al contrario, proprio il vuoto umano amplifica la capacità di guardare dentro se stessi ed il libro di viaggio si trasforma in affascinante diario alla ricerca della voce interiore, una voce che è possibile ascoltare sola là dove finalmente ogni altro rumore umano tace.

Recensione di Francesco Mazzetta

John Ridley: Inferno solo andata

Charles Harmon e Charlie Negro Cervellone: i due poli del viaggio del protagonista del nuovo romanzo di John Ridley, Inferno solo andata (Garzanti, pp. 321, € 15) sono questi. Charlie Negro era Charles Harmon, un avvocato nero di discreto successo, con una moglie bella e innamorata e una casa di proprietà. Fino a che sua moglie rimane incinta, e da lì il tracollo, verticale e velocissimo, che lo trasformerà in Charlie, un “hobo”, un viandante, un viaggiatore clandestino di treni, senza meta altra che il viaggio stesso.

Inferno solo andataCharlie, per fare un favore ad un amico e maestro, accetta la missione di cercare la di lui diciassettenne nipote, scomparsa poco dopo aver deciso di vivere la stessa vita randagia dello zio. Il mondo descritto è accettato da Charlie come necessario e ineluttabile, senza recriminazioni, e il riquadro che alla fine si delinea è tutto fuorchè conciliante o consolante.

Per Charlie, e forse per nessun’altro , il riscatto non esiste, il ritorno non è possibile: quando percorre a ritroso la strada che l’ha condotto così lontano dalla sua vita precedente, quello che ritrova una volta giunto a destinazione, a “casa”, è…niente. La vita che aveva lasciato è proseguita e si è richiusa alle sue spalle; il viaggio da Charles Harmon a Charlie Negro Cervellone è di sola andata. Tutto quello che guadagna Charlie dalla sua avventura è un piccolo ridimensionamento dell’incubo che lo tiene sveglio da quando è Charlie.

Narrato in prima persona da Charlie, il libro presenta una realtà dura, crudele e spietata, raccontata con un tono secco e asciutto e uno stile nervoso e veloce. Il linguaggio forte e la sintassi semplice, perfettamente funzionali al racconto, hanno la ruvidezza di una pelle segnata da cicatrici, intemperie e malnutrizione. Ridley è molto bravo a trattare di ambienti e personaggi “estremi” senza cadere mai nell’effettistico o nel pietismo compiaciuto, ma restando sempre sobrio e controllato.
Un romanzo brutale, senza pietà e senza filtri, ma sincero e vitale.

Recensione di Maurizio Marenghi

Ambrogio Borsani: Tropico dei sogni

Chi deciderà di fare una vacanza all’isola Mauritius (in periodo estivo o altro poco importa) trarrà giovamento dalla lettura del libro di Ambrogio Borsani, Tropico dei sogni (Neri Pozza, pp. 174, € 14,50), se non altro perché opporrà alla filosofia del marketing turistico di molte guide e pacchetti vacanze, indicazioni più realistiche e profonde (come lo sfruttamento coloniale operato dagli occidentali) sul carattere dell’isola.

Tropico dei sogniChi non ci potrà andare troverà ugualmente linfa preziosa dal viaggio virtuale della lettura di questo libro, che immerge fin dall’inizio il lettore nelle sonorità dell’isola e nel carattere dei suoi abitanti, raccontandoci della vicenda di Kaya, un cantante indigeno che suona musica saggae (che fonde il ritmo musicale del sega, musica mauriziana, a quello del raggae, dell’amatissimo Bob Marley). Kaya resterà ucciso dopo essere stato incarcerato per aver fumato per protesta una sigaretta di marijuana. Egli però nel contempo e forse proprio per questo diverrà un eroe dell’isola.

“Prima venne creata l’isola Mauritius, poi il Paradiso. E il Paradiso venne fatto prendendo a modello Mauritius”. Così, in maniera smaccatamente adulatrice e un po’ esagerata, Mark Twain descrive l’isola dopo averla visitata. Gli era capitato di soggiornarci per un ciclo di conferenze, dal titolo "Following The Equator", che una società che curava la sua immagine gli aveva procurato.

Oltre a Twain, ci racconta l’autore, capiteranno sull’isola altri illustri personaggi, anche se non tutti saranno così lusinghieri nel giudizio quanto l’autore di Huckleberry Finn. Uno di loro è Baudelaire, che sull’isola si sentirà esiliato dall’Europa e soprattutto da Parigi, emarginato dai centri culturali che contano e smanioso di tornare al più presto in patria. Altri capiteranno a Mauritius tra alterne fortune: da Bernardin de Saint Pierre a Conrad, al pirata Surcouf. E tutti un po’ per caso, un po’ per necessità.

In quest’isola tutto sommato periferica ci si può capitare tutt’al più grazie a un colpo di dadi del destino o meglio del caso (visto che “Dio non gioca a dadi”), poichè, come scrive Borsani: “Di fronte ai capricci del caso non possiamo far altro che invocare un briciolo di fortuna, spesso senza sapere a chi rivolgere la nostra invocazione. Molti qui invocarono un briciolo di fortuna. E qualcuno ottenne ciò che aveva chiesto. Ora è questa terra ad alzare la voce per invocare un briciolo di fortuna. Dopo tutte le vicissitudini imposte da altri popoli l’isola vuole una propria storia. Lunga vita alla giovane "Repubblica di Mauritius”

Recensione di Marco Meneghelli

Jeffery Deaver: Il Giardino delle Belve

Di un viaggio nello spazio e nel tempo parla Il Giardino delle Belve, il nuovo bestseller di Jeffery Deaver (Sonzogno, pp. 485, €19). In questa sua nuova opera però il romanziere americano, particolarmente amato in Italia, tanto è vero che questo suo ultimo è uscito da noi un mese prima che negli States, abbandona il suo personaggio preferito – Lincoln Rhyme -, per addentrarsi in una storia di spionaggio ambientata alla vigilia della seconda Guerra Mondiale.

Giardino delle belveIl protagonista Paul Schumann, ex soldato durante la prima Guerra Mondiale, nel 1936 fa il sicario per la mala newyorkese. Nonostante sia uno dei migliori aariva però anche per lui il momento della cattura. Ma il governo pensa che le sue doti possono essere meglio sfruttate nell’intelligence piuttosto che in prigione.

Eccolo dunque spedito nella Berlino dei giochi olimpici in cui il Terzo Reich vuole mostrare a tutto il mondo la superiorità della razza ariana. Camuffato da giornalista, il suo compito è quello di uccidere Reinhard Ernst, uno dei principali responsabili del piano di riarmo nazista. Come in ogni storia di spionaggio che si rispetti incroceranno le proprie strade varie spie non sempre fedeli al loro datore di lavoro e ciò renderà arduo il compito di Schumann, tra l’altro braccato pure da un abile agente della polizia criminale tedesca.

Benché la descrizione deaveriana della Berlino degli anni ’30 non sia particolarmente accurata – dominano solo pochi ambienti visitati più volte dai personaggi, e la sensazione è quella di una non troppo approfondita documentazione – è resa magistralmente l’atmosfera del periodo: la sensazione d’insicurezza costante, il clima diffuso di delazione, lo spadroneggiare delle squadre naziste.

Alla fine gli sviluppi della trama non sono esattamente inattesi, ma il romanzo non diminuisce per questo la sua forza ed il suo pathos. Che sta appunto più che nella trama in sé nella rappresentazione della banalità del male nazista al suo sorgere, e di come questa banalità abbia potuto contagiare tanta gente apparentemente per bene sia in Germania che nella patria della democrazia in cui pure covava (e cova?) il razzismo nei confronti di ebrei e neri.
E poi c’è anche da considerare che si tratta di un perfetto libro “da ombrellone”, con cui riempire i tempi morti delle vacanze estive: una lettura appassionante e mai eccessivavente impegnativa o noiosa.

Recensione di Francesco Mazzetta