Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi
Pier Carlo Rizzi: L’eredità dello zio Guido
Lo zio Guido di cui parla il romanzo di Pier Carlo Rizzi (Garzanti, 236 p., € 14,50) è uno di quelli che in gioventù è partito dall’Italia per cercare fortuna e lavoro all’estero. Come tanti altri italiani la sua destinazione era l’Argentina. Ma a differenza di tanti altri lo zio Guido ha fatto ritorno in Italia dove ha passato il resto della vita per infine spegnervisi dopo una lunga ed estenuante malattia.
Lasciando
poco dei suoi non ingenti averi ai parenti rapaci tranne che al nipote
Valerio che lo ha accudito durante l’infermità, agli amici
Mario e Leonino e (comunista d’altri tempi) al quotidiano l’Unità.
Ed è proprio Valerio, a cui spetta mettere ordine tra le cose
del defunto, a scoprire, in lettere e fotografie, la relazione giovanile
tra lo zio ed una misteriosa ed affascinante ragazza argentina: Tosca.
Valerio è intrigato a tal punto dalla cosa, anche grazie all’attivo interessamento di Leonino, da decidere di partire insieme a quest’ultimo alla volta dell’Argentina per rintracciare la misteriosa Tosca e darle la notizia del decesso dell’antico amore, e nel mentre fare luce su un periodo misterioso della vita dello zio.
Salta, Rosario, Buenos Aires saranno le tappe del viaggio di un Leonino loquace ed insospettabilmente arzillo a dispetto degli anni, molto più del giovane Valerio di volta in volta sconvolto dal jet-lag, piuttosto che dall’altitudine o dai pensieri riguardanti lo zio. E lo zio? I due troveranno Tosca, l’antico amore, che dopo la partenza di Guido si è sposata ed ha avuto dei figli, ma che ancora conserva il ricordo dell’amante italiano, di cui consegna al nipote una scatola con le lettere e il sospetto che lo zio Guido non fosse persona così buona quale nei due l’oleografia dei ricordi lo conserva.
È il tango a dare la misura della differenza tra Tosca e Guido:
quello di Guido un ballo compassato, all’europea; quello di Tosca
un vortice di passione fatto di musica e di corpi a cui lo zio non ha
resistito.
Il tutto in un romanzo frizzante e vivo (insospettabile prova per un esordiente)
che ricorda i primi film di Salvatores, quelli dove un gruppo di amici
vanno alla ricerca della memoria, di un passato mitico
eppure presente che li aiuti a capire meglio se stessi ed il reciproco
rapporto.
Meri Lao: Todo tango. Cronache di una lunga convivenza
Chi
scrive non conosce il tango. Lo supponeva un “semplice” ballo,
alla stregua del valzer o del flamenco. Perciò la lettura di Todo
tango (Bompiani, 287 p., €
9) è stata una rivelazione.
L’autrice, italiana di nascita ma latinoamericana d’adozione,
nel suo libro accosta deliberatamente il tango al jazz. Non tanto perché
voglia far pensare che si tratti di simili strutture musicali, quanto
perché simile ne è la parabola, anche se non forse il destino:
entrambi nascono dallo sradicamento di emigranti inseriti a forza o a
piacere nel crogiolo multietnico di una terra straniera.
Nel
caso del jazz ovviamente parliamo degli africani nelle piantagioni di
cotone del sud degli States. Nel caso del tango parliamo invece in gran
parte di italiani, che insieme a spagnoli e ad altre etnie vanno a “colonizzare”
l’area del Rio de la Plata, parte Argentina e parte Uruguay, e
nei contesti urbani di Buenos Aires (più rioplatense che argentino)
e di Montevideo fanno nascere una cultura nuova, somma delle culture
importate ma allo stesso tempo in possesso di un surplus d’originalità.
Il “lunfardo” ad esempio: una parlata che se formalmente appartiene
al ceppo spagnolo, difficilmente è comprensibile dagli spagnoli
e dagli stessi argentini non rioplatensi, tanta parte hanno in essa vocaboli
derivati dai dialetti italiani. Ancora: il tango, che non è solo
un ballo ma al contrario – come bene espresso dalle parole dell’autrice
-: «Pensiamolo […] come canzoniere, magazzino di citazioni,
registro di costanti esistenziali, tracce di un filosofare e di un sentire
popolare che si sono sedimentati nell’arco di un secolo.
Tema principe
il passato che torna, il terrore dell’avvenire, la presenza ossessiva
degli assenti. E nel lamento per l’abbandono amoroso possiamo vedere
simbolicamente il mondo esterno che tradisce o cambia, la privazione,
la spoliazione di un bene a cui si aveva diritto».
La diffusione del tango nell’occidente europeo invece è stata principalmente all’ordine dell’esotismo folcloristico (a differenza appunto del jazz che è riuscito ad imporsi come linguaggio musicale colto ed internazionale) con tanto di rosa in bocca e costumi tradizionali.
E allora nel suo libro Meri Lao racconta, nella maniera non sistematica che ha il narrare di chi ha vissuto personalmente ciò di cui parla, il tango come modo drammatico di vita, i suoi campioni, i suoi rapporti con i drammi civili dell’America latina. Di più: ci offre in calce al libro 115 canzoni-tango con testo a fronte (alcune delle quali scritte da lei) che ci possono dare la misura della poesia e della filosofia del tango.
Giorgio Manganelli: La Favola Pitagorica
“L’italiano che emerge in me a Firenze è uno dei modi dell’altrove, come dire che Firenze è estero, ed anzi che a Firenze scopro come l’Italia intera possa essere estero. Firenze è estero perché, qui, l’Italia è estero. E’ un luogo da raggiungere, un luogo lontano. E’ fuori”. Come si diventa italiani. Questa potrebbe essere la sintesi dell’esperienza e della formazione (una formazione innanzitutto dello sguardo) cui questo libro (Giorgio Manganelli: La Favola Pitagorica, Adelphi, 214 p., € 13) conduce.
Come
posso divenire ciò che già sono? Questa domanda, che ricorda
quella di Nietzsche, contiene un paradosso solo in apparenza irresolubile.
E il paradosso si scioglie se si parte dalla considerazione che non
si è ancora ciò che si è fin quando non si è
percorso quel tragitto (quell’itinerario) che porta al sapere
di ciò a cui si è soggetti.
L’Italia e le città che la costituiscono sono il paesaggio, l’ambiente nel quale da sempre ogni italiano è inserito. Ma questa familiarità si può tradurre in un’estraneità. Talvolta l’eccessiva vicinanza delinea una lontananza. La scontata quotidianità dell’essere italiani non ci rende consapevoli di ciò che siamo. Ci vuole allora uno sguardo estraneo al quotidiano, in questo caso alla nostra appartenenza linguistica e civile, per comprendere ciò che ci è più proprio.
E’ con questo sguardo altro che Manganelli compie il suo “viaggio in Italia”. Con la premessa che “non fanno il viaggio né la lunghezza né la durata, né le cosiddette meraviglie, i capolavori che ci può accadere di vedere. Il viaggio è fatto in primo luogo di se stesso. Si possono fare diecimila miglia senza per questo aver viaggiato; si può fare una passeggiata, e la passeggiata può diventare quella fessura, essere viaggio.”
Leggendo il libro si compie allora con Manganelli un itinerario del corpo e della mente attraverso l’Italia. Dal nord, al centro al sud, che sembra essere il destino di questo tragitto verso l’origine greca ancor più che romana di certi italici luoghi e che ha toccato la parte più meridionale della penisola nei secoli in cui in Grecia, e in Magna Grecia, nasceva e si diffondeva la filosofia.
Tema conduttore dell’esplorazione è la geometria, quella forma di pensiero che viene da Pitagora e da Platone e che ha dato forma a molti dei monumenti che Manganelli racconta, dal Palazzo Gotico di Piacenza al Battistero di Firenze, da Palazzo Medici alla tomba del tuffatore. Un viaggio nelle “rissose geometrie” dei luoghi che lo sguardo di Manganelli incontra nel suo viandare, che è inevitabilmente anche un viaggio letterario e linguistico (nella storia delle parole) che si iscrive a pieno titolo nella storia letteraria italiana.
Questo libro può allora essere considerato come un vero e proprio viatico (che, nella Roma antica, era l’insieme delle cose necessarie a chi si metteva in viaggio) nell’esplorazione e nel compimento di quell’itinerario, che si svolge con il corpo ma che è anzitutto transito della mente e dello sguardo, attraverso ciò che ci è più vicino e, proprio per ciò, più lontano: la “nostra” Italia.
Recensione di Marco Meneghelli
Mauro Curradi: Jiunior
Lo “Junior” del titolo è Francesco Rapaccini, figlio di un militante fascista ucciso dall’amante, che nell’immediato dopoguerra deve sbrigarsela con l’eredità lasciatagli dal padre, una fabbrica tessile ed un cognome odiato e sinonimo di brutalità, violenza e meschinità. La morte violenta del padre lo costringe a venire a patti con una realtà scomoda ed un passato ingombrante che fino a quel momento non lo avevano riguardato: Francesco abbandona il progetto di diventare avvocato e si dedica all’attività intestatagli dal padre.
Ma
la sua scarsa dimestichezza con gli affari e il peso del passato lo
sopraffanno, spingendolo a rivolgersi per un aiuto all’amico d’infanzia
Marco, cui lo lega uno strano rapporto di odio e amore, dominio e sottomissione.
Pur di salvare l’impresa, Francesco non esita troppo a rinnegare
gli ideali politici comunisti e la propria morale, sottostando alle
richieste di Marco.
Tutti orrendi, i personaggi di questo romanzo di Curradi (Meridiano Zero, p. 222, € 13), tutti pronti a lordarsi per mantenere benessere, posizione, stato sociale, tutti vittime e al contempo complici, perché il silenzio e l’acquiescenza sono la miglior forma di difesa per i carnefici.
Tutti manipolatori e manipolati, vendicatori e vendicativi, compromessi moralmente a tal punto che parlare semplicemente di ipocrisia è ingenuo, ridicolo e fuori luogo: nessuno crede nella finzione che viene tenuta in piedi, tutti conoscono i giochi di potere, le crudeltà, e le grettezze che mantengono la situazione com’è, ma pur di non turbarla, si abbozza, convivendoci. Un ritratto di borghesia di una desolazione agghiacciante perché mai drammatica, perché accolta come accettabile, se non addirittura necessaria. Un deserto morale e umano.
Per quanto partisse da lontano, Francesco non riesce a fuggire al proprio
passato, alle “colpe dei padri”, le accetta e vi si immerge
consenziente. Gli unici che si salvano sono gli operai della fabbrica
tessile Rapaccini che rifiutano di giocare ad un gioco con quelle regole
e soprattutto con quella posta in palio.
Un romanzo che è un potente ritratto di un paese distrutto e
non ancora ricostruito, di una generazione perduta e di un’umanità
smarrita.
Recensione di Maurizio Marenghi
William Langewiesche: Terrore dal mare
Nelle prime 5 pagine c’è il messaggio più efficace e realmente terrificante che riesce a comunicare William Langewiesche in "Terrore dal mare" (Adelphi, 263 p, € 18): su tutti i mari della terra ci sono oltre quarantamila grandi mercantili (oltre ad un numero impossibile da definire di navi di stazza minore) completamente al di fuori di qualsiasi controllo. Nel senso che potrebbero portare derrate assolutamente legali ed essere perfettamente in regola, ma più facilmente trasportare derrate legali ma non essere in linea con gli standard della sicurezza o addirittura essere utilizzati per commerci illegali e magari a fini terroristici.
Questa
impossibilità di controllo è il risultato principalmente
della necessità del governo americano di aggirare le stesse proprie
norme sulla neutralità all’inizio della seconda guerra
mondiale con la creazione di “bandiere di comodo. Far battere
alle proprie navi la bandiera panamense per commerciare con la Gran
Bretagna avrebbe impedito che un loro attacco trascinasse in guerra
gli Stati Uniti.
Alla fine della guerra sono però diventati evidenti i vantaggi economici del sistema tanto da essere universalmente adottato con il risultato che oggi è praticamente impossibile controllare la reale provenienza di una nave e che il mare – in un periodo di guerre preventive e di crociate contro il terrorismo internazionale – è zona franca da qualunque legge o regolamento. E anche ove non vi siano palesi violazioni di normative, il lavoro su queste navi navi è soggetto a forme di reclutamento di mano d’opera priva di garanzie e di minimi contrattuali, in mano al più puro caporalato.
La dimostrazione sono i casi che Langewiesche riporta nel resto del libro: storie di naufragi e di disastri ambientali, causati da navi vecchie, malamente revisionate anche se in possesso di tutte le certificazioni necessarie a prendere il mare, sottoposte a ritmi massacranti dalla necessità di mantenere tempi di consegna strettissimi.
La situazione di anarchia presente sul mare, pur potendo favorire il terrorismo,
quanto meno attraverso l’immigrazione clandestina, sicuramente ha
un segno maggiormente evidente di come favorisca la criminalità
con l’aumento dei casi di pirateria ai danni sia di mercantili che
di navi passeggeri.
Infine la necessità di smantellare le navi desuete consegnate all’uopo
a “cantieri” del terzo mondo che, senza rispettare alcuna
normativa ambientale, mettono a rischio tanto l’ambiente quanto
la salute e le vite di chi vi lavora.
Proprio a questo livello tuttavia si assiste ad una curiosa contraddizione dell’autore che ci suggerisce essere meno dannoso il lavoro di questi cantieri che non le campagne ecologiste per rendere maggiormente ecosostenibile lo smantellamento delle navi. E nella sua difesa ad oltranza della possibilità di lavoro dimentica che il far west nel mare non è stato creato dai paesi del terzo mondo che pure ora lo sfruttano, ma proprio dagli Stati Uniti che oggi ne sono terrorizzati.
Recensione di Francesco Mazzetta
Moacyr Scliar: Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante
Il titolo italiano, eccessivamente didascalico, di questo piccolo e curioso romanzo è ovviamente anche molto meno appropriato dell’originale “Max e i felini” (Meridiano Zero, 125 p., € 8). Al protagonista Max in effetti capita di fare naufragio e di ritrovarsi come poco gradito compagno di viaggio un giaguaro sulla propria scialuppa di salvataggio, ma questo è solo un episodio della sua vicenda, anche se collocato al centro del racconto.
Max
Schmidt è un giovane ragazzo tedesco, classe 1912, che per aver
amoreggiato con la donna sbagliata (la moglie di un ufficiale)
si ritrova a dover abbandonare in fretta e furia la sua patria; così
si imbarca su un cargo di animali da circo che fa naufragio e deve quindi
compiere la traversata fino in Brasile con l’imponente felino
del titolo.
Una volta giunto là riesce, dopo aver superato rimpianti, nostalgie e difficoltà, a costruirsi una sua vita felice, che si conferma poi essere quella giusta, dopo un rapido ritorno in Germania alla fine della 2^ guerra mondiale che si risolve più che altro in un addio alla sua famiglia e alla sua vita passata. È il suo passato però a non volerlo lasciare e a venire ad insidiare da vicino la sua pace.
Filo rosso di questa vicenda è lo strano rapporto di Max coi felini: dalla tigre impagliata, che gli incute timore e spavento nell’infanzia, del negozio del padre, al giaguaro con cui suo malgrado navigherà verso i lidi brasiliani, al metaforico puma che attacca la sua proprietà e la sua esistenza pacifica, ai gatti infine che nell’ultima parte della sua vita deciderà di allevare, con un atto decisamente conciliatorio verso il genere.
Oggetto veramente bizzarro, quest’opera di Scliar. Lo stile è semplice ma non banale e il tono è un po’ quello di una strana fiaba per grandi. Per tutto il pur breve romanzo Max fugge dai felini che lo spaventano quasi atavicamente -la tigre impagliata del padre, il giaguaro sulla scialuppa- ed è solo quando invece decide di affrontare il “puma” che ha decimato il suo allevamento che riesce infine a riconciliarsi e a trovare requie.
Veramente peculiare è che il viaggio, pur compiendosi fattivamente attraverso luoghi reali, sia in effetti “intorno ai felini”, forse manifestazioni materiche di inesplorati, sconosciuti e spaventosi anfratti e recessità psichiche, proprio come nella favola con protagonisti Ego, Id e Super-Ego ideata da un dottore amico di Max per far comprendere agli indigeni brasiliani non acculturati le teorie di Freud.
Recensione di Maurizio Marenghi