Libri: recensioni e proposte di lettura di narrativa e saggi
David Torres Ruiz: Angeli del Nanga
Chi si aspettasse di trovarsi a leggere un libro per soli appassionati di montagna, sbaglierebbe certamente qualcosa. Vincitore del Premio Desnivel di letteratura di montagna, nel 1999, Angeli del Nanga (Versante Sud, 132 p., € 14,50) è il primo romanzo dello scrittore spagnolo David Torres Ruiz che, in maniera sapiente ed abile, cala il lettore in una storia che poco, almeno in principio, sembra aver a che fare con un tipico racconto di ascensioni alpinistiche.
La
storia si snoda intrecciando due protagonisti inconsapevoli, che in
una fredda sera madrilena si incontrano in un bar. Angel è un
uomo sulla cinquantina, è seduto a un tavolo e parla da solo,
bevendo birra. Sandra è la seconda protagonista, l’interlocutrice
muta dell’uomo, che si siede di fronte a lui, colpita dalla sofferenza
che questo sembra comunicarle, forse afflitto come lei da problemi sentimentali,
visto che è appena stata lasciata dal proprio ragazzo. Il sentimento
iniziale di Sandra è quello di stupore e di commiserazione per
l’uomo ma quando nota che egli è completamente privo delle
dita di entrambe le mani, in lei scatta qualcosa che la terrà
incollata di fronte a lui ad ascoltare il suo racconto, come rapita.
Angel parla di sé al passato e si rivolge a Sandra senza avere mai la reale consapevolezza di aver lei di fronte a sé, anzi rivolgendosi a qualcuno che chiama Adrian, il suo ragazzo scomparso. Inizia allora a delinearsi la storia di una tragedia di montagna, che come sfondo ha il Nanga Parbat, uno dei quattordici “ottomila” della Terra, la montagna per eccellenza, per gli scalatori quella più difficile, anche se non la più alta, e che ha mietuto più vittime e che è testimone del maggior numero di falliti tentativi di ascensione.
Angel ed Adrian ne tentarono la conquista anni prima ma la spedizione fu un fallimento a causa dell’ambizione del secondo, che provocò indirettamente la morte di due altri alpinisti amici; anche Adrian scomparve sotto una valanga e il suo corpo non fu mai ritrovato ed è forse per questo motivo che Angel teme che si possa essere salvato ma non abbia mai più fatto sapere nulla di sé, interrompendo così anche la loro storia d’amore, e causandogli una ferita ancora più profonda di quella reale data dalla perdita delle dita a causa del gelo.
È incredibile come questo romanzo riesca a creare più protagonisti contemporaneamente, ognuno dotato di una propria vicenda che riesce ad originarsi e a dotarsi di senso per poi concludersi pur nella brevità del romanzo, ed è curioso come ogni personaggio sia caratterizzato da una delusione sentimentale che lo spinge a compiere un atto di volontà, maggiore forse delle proprie reali possibilità, come per Adrian e Angel è stato scalare il Nanga Parbat, la montagna nuda.
Recensione di di Nicolò Bocchi
Manu Larcenet: Come sopravvivere in azienda
La voce narrante nel fumetto del francese Manu Larcenet Come sopravvivere in azienda (Q Press, 48 p., € 9,90) è affidata a Congo Bob, avventuriero ed esploratore che dal fondo dei mari, facendosi strada nel fitto della giungla, arrampicandosi su una vetta innevata, attraversando un arido deserto ci racconta non le proprie esotiche peripezie, ma piuttosto la pericolosità dell'ambiente con cui la maggior parte di noi probabilmente ha a che fare tutti i giorni: l'ufficio di una qualsiasi azienda.
Nell'ufficio
non dobbiamo fronteggiare belve feroci o un ambiente ostile, ma pericoli
ben maggiori: colleghi invidiosi, dirigenti con idee balzane, rischi
continui di ristrutturazioni, molestie, e – last but
not least – la noia di un lavoro ripetitivo che ci attende, se
siamo fortunati, per molti anni.
Certo Larcenet usa l'iperbole per divertire i suoi lettori: probabilmente,
ad esempio, mai nessun ufficio contenziosi organizzerà un attentato
al consiglio di direzione “solo” perché l'azienda
va bene e il numero di reclami da parte dei clienti è sceso facendo
prevedere per l'ufficio in questione una riduzione dell'organico.
Ma sicuramente certe esagerazioni sono solo apparenti: il ragioniere che approccia la collega solo per essere subito dopo fatto oggetto delle medesime attenzioni da parte del proprio capo o gli impiegati che non gradiscono i capi “egualitari” e preferiscono invece che sia sempre bene rimarcata la gerarchia (che se li costringe a sottostare chiaramente a chi sta sopra, in compenso – si parva licet – da loro una chiara superiorità nei confronti dei sottoposti).
Il tutto disegnato in un bianco e nero col quale vengono alternati due registri: il vignettistico della vita d'ufficio narrata da Congo Bob e quello realistico in cui si muove invece quest'ultimo. Quasi a sottolineare la maggior realtà e concretezza del mondo all'esterno dell'ufficio. Ma magistralmente nella conclusione del volume i due registri si mischiano: monito forse al fatto che se svariate sono le vie di fuga, quasi sempre ci tocca tornare a fare i conti con le giungle urbane dominate da affamati predatori in giacca e cravatta.
Recensione di Francesco Mazzetta
Joel Levy: Doomsday
Doomsday: il giorno del giudizio, l'apocalisse. Il libro che porta questo titolo, scritto da Joel Levy (Castelvecchi, 220 p., € 16) è un elenco ragionato delle possibili cause della distruzione della civiltà così come la conosciamo e dell'estinzione della razza umana. Per quanto a volte Levy si lasci trascinare da ipotesi abbastanza esoteriche – la caduta dell'impero romano causata da qualche variazione del clima – il suo libro è impressionante ed assolutamente istruttivo.
Questo
perché – se non ci è particolarmente utile conoscere
le probabilità di distruzione della razza umana come conseguenza
di fatti che non possiamo scongiurare, come la caduta di un gigantesco
meteorite, un'improvvisa ed eccezionale eruzione vulcanica, ecc.; e
se è confortante scoprire le basse probabilità di finire
in schiavitù di macchine intelligenti come accade in Matrix –
Levy ci mostra tutta una serie di comportamenti tipicamente umani che
già oggi incidono sulla qualità della vita e da ultimo
possono addirittura portare all'auto-annientamento dell'umanità.
Si tratta ovviamente delle conseguenze dell'inquinamento e della gestione
del pianeta su cui noi tutti viviamo come se fosse un terreno in comune
a diversi allevatori che ognuno cerca di sfruttare il più possibile
a danno degli altri fino all'inevitabile crollo della disponibilità
delle risorse – e la conseguente miseria – per tutti.
Per Levy le possibili contromisure sono: il risparmio di energia e il riciclo, il minor utilizzo possibile dei mezzi di trasporto che si servano di combustibili fossili, evitare il consumo di carne e comunque preferire prodotti certificati, utilizzare prodotti e servizi locali evitando le vacanze all'estero, comprare prodotti e servizi del mercato equo e solidale, votare forze politiche che si esprimano in favore dei trattati internazionali per la riduzione delle emissioni inquinanti, rispettare ed educare al rispetto dell'ambiente.
Per quanto tali consigli – e i dati a supporto – siano sempre estremamente interessanti e spesso sconvolgenti, ci si permette qui unicamente di far notare che la strada per la preservazione dell'ambiente illustrata da Levy va in direzione di un postmoderno medioevo in cui l'ambiente sia preservato grazie al ritorno dell'umanità non solo ad un'economia pre-industriale e pre-capitalistica, ma anche ad un'analoga cultura. In realtà se il turismo e i viaggi non sono unicamente un divertissement da villaggio turistico ma servono davvero a conoscere culture diverse, essi possono essere maggiormente utili rispetto al danno che provocano in termini di emissioni nocive, proprio perché la altrui conoscenza è la imprescindibile premessa dell'altrui rispetto. E solo rispettandoci a vicenda a livello globale possiamo pensare a misure comuni (perché tali misure o sono comuni o non sono di nessuna utilità) per salvare il nostro pianeta.
Recensione di Francesco Mazzetta
Maxence Fermine: Tango Masai, l'ultimo sultano
Piacevole e scorevolissima, la lettura di questo nuovo lavoro di Fermine: Tango Masai l'ultimo sultano (Bompiani, 164 p., € 14). Il protagonista che dà anche il titolo al libro è un uomo bianco allevato e cresciuto come un masai (e da questo nuovo popolo di adozione sarà infatti rinominato “Masai”).
Da
subito i toni del racconto della sua vita assumono le sfumature della
leggenda: dalla nascita su una nave al largo delle coste africane -
già apolide in fasce - ad una infanzia in perenne movimento al
seguito dei sogni e delle illusioni del padre geologo che infine tenterà
la fortuna con una miniera di tanzanite, alla formazione ed adolescenza
presso i masai, alla dura ma significativa esperienza nell’esercito
britannico fino alla maturità di ribelle con una causa, la liberazione
degli oppressi e l’instaurazione della democrazia dove non era
mai stata conosciuta.
Non è un uomo di potere, Tango Masai, ma un combattente ribelle,
un uomo libero e fieramente indipendente: così viene presentato
all’inizio, e solo in seguito ci viene svelato il suo passato
avventuroso.
Il sogno profetico del padre adottivo e futuro suocero, un laibon (stregone
masai), lo destina ad un futuro glorioso; la sua natura straordinaria
gli permetterà di usare la conoscenza del suo futuro per piegare
gli avvenimenti affinché la profezia si avveri.
La ricostruzione precisa dell’ambiente e dell’atmosfera
africana, la cura nel tratteggio dei personaggi, credibili e realistici
anche se epici e grandiosi, rendono questo romanzo una vera e propria
leggenda dei nostri tempi. Tutto è più grande della vita
degli uomini che la stanno vivendo, ogni gesto e ogni parola sono un
segno ed un esempio lasciato per l’umanità, per la Storia.
Fermine non cade mai nel ridicolo o nel favolistico, si tiene lontano
dall’enfasi e dall’affettazione e ci regala un afflato di
eternità, un soffio di leggenda, umana ed universale.
Recensione di Maurizio Marenghi
Guy Delisle: Pyongyang
Guy Delisle è un fumettista canadese che lavora da più di dieci anni nel campo dell'animazione oltre ad essere autore di diversi volumi a fumetti e della serie dell'ispettore Moroni, tutti editi in Francia. Per la sua attività all'interno dell'industria dell'animazione si è recato in Corea del Nord, paese che con il basso costo della mano d'opera è riuscita ad aggiudicarsi la realizzazione delle “intercalazioni”, ovvero dei fotogrammi routinari di riempimento per completare le sequenze di cui i disegnatori francesi si limitano a disegnare le “immagini chiave”, anche a scapito di altre tigri asiatiche – ad esempio la Cina – che già avevano soffiato questo tipo di lavoro agli studi europei ed americani.
Delisle
ha passato due mesi a Pyongyang a coordinare il lavoro degli animatori
coreani ed ha trasformato il resoconto di tale periodo in Pyongyang (Fusi orari, 176 p., € 16), uno
stupendo reportage a fumetti. Dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno,
che il fumetto è una tecnica espressiva che nulla ha da invidiare
alla tradizionale narrazione scritta ma neppure al documentario filmato.
Con un tratto essenziale senza per questo essere minimalista, Delisle
riesce perfettamente a raffigurare le contraddizioni di un paese chiuso
in un isolazionismo autarchico degno del Grande Fratello con il culto
incondizionato del suo leader, Kim Il-Sung, trasferito per diritto ereditario
sul figlio Kim Jong-Il.
In una capitale deserta e priva di smog e di elettricità Delisle narra come gli stranieri siano confinati in palazzi a loro riservati con tanto di onnipresenti guide e traduttori al seguito che per distrarli nei momenti di relax li portano ad ammirare le statue del leader o a visitare i musei ricolmi degli oggetti usati dai loro leader e da pagine di giornali stranieri ricolme di lodi e riconoscimenti nei loro confronti (comprate a tariffa pubblicitaria).
Ma Delisle ha la presenza di spirito di cercare di andare oltre l'oleografia di regime e di mostrare come in realtà quello della Corea del Nord sia un popolo affamato dalla povertà che neppure gli aiuti internazionali riescono a scalfire, plagiato dall'onnipresente martellio della propaganda e terrorizzato dall'ubiquo sistema della delazione. In questo grigio e opprimente contesto Delisle si difende con piccoli gesti di ribellione (usare una radio proibita, sfuggire al controllo della guida, tentare di far ascoltare ai colleghi coreani gli Aphex Twin al posto delle marcette di regime, ecc.). Per certi versi del tutto inutili, ma contemporaneamente indispensabili ad arricchire almeno dal punto di vista psicologico la permanenza nella controversa città.
Recensione di Francesco Mazzetta
Pepe Barbieri (a cura di): InfraSpazi
“Sono infraspazi i luoghi che si formano nelle reti delle infrastrutture della mobilità. Sono spazi infra.” Così scrive il curatore del volume (Infraspazi, Meltemi editore, 25 euro), Pepe Barbieri, nell’introduzione.
Infraspazio rimanda quindi a infrastruttura, ma come scrive Barbieri, l’infraspazio non coincide con essa: piuttosto è il luogo che si forma a partire dalle reti infrastrutturali. Un luogo di confine che sta in tra (infra) due spazi definiti come ad esempio il porto e la città, che li collega, li rende comunicanti, istituisce una sorta di continuità nella discontinuità. Uno spazio limitare e di confine che collega e separa insieme. Questo è in sintesi il concetto di infraspazio.
Il
testo è una interessante raccolta di contributi, per lo più
di architetti, che sviluppano il tema di cui sopra e che dà il
titolo al libro. Esso si suddivide in quattro sezioni: la prima su “Infrastrutture
e paesaggio mediterraneo”. La seconda “Tra porto e città”.
La terza “Sezioni complesse” (che parla soprattutto di svincoli).
La quarta sullo “Spazio dei viadotti”.
Come risulta fin dalla divisione più macro del testo, questi infraspazi sono contestualizzati all’interno del paesaggio e della geografia italiani, che è spazio territoriale che contiene la tipicità di essere mediterraneo: lo stivale italiano ha insomma la caratteristica di essere circondato per i tre quarti dal mar Mediterraneo, di confinare con il mare, da qui l’analisi di molti infraspazi che con il mare hanno a che fare.
Anche le città non mancano di essere protagoniste di molti degli interventi di questa raccolta, da Milano a Pescara. E non solo di città italiane si parla ma anche di quelle estere come la spagnola Palma, o di città immaginarie e teoriche come quelle narrate da Calvino nelle “Città Invisibili”.
Il testo è abbastanza tecnico e si rivolge soprattutto agli addetti ai lavori, architetti in primis. Ma ha un respiro teorico e si riferisce a un background culturale filosofico e letterario che rende il testo leggibile e interessante anche per tutti coloro che abbiano interessi per il tema generalissimo dello spazio, per tutti coloro che sono interessati a imparare e ad arricchire le proprie conoscenze sulla grammatica del topos. Perché anche lo spazio ha le sue regole di organizzazione complessa e non è semplicemente il contenitore indifferente di ciò di cui facciamo esperienza.
Recensione di Marco Meneghelli