Tripoli, la signora del Mediterraneo
Ogni città che si rispetti ha un suo imprinting particolare, un quid che ne lega le vicende nel tempo: quello di Tripoli nasce dall’intreccio di esotismo e italianità, dal sovrapporsi di architetture arabe e di testimonianze urbanistiche del periodo coloniale. Una “presenza”, quella italiana in Libia, durata circa sessant'anni e consegnata al giudizio degli storici, che se ancora oggi è motivo di polemica politica, così non è nel sentire comune dei suoi abitanti.
Testo di Anna Maria Arnesano, foto di Giulio Badini e Angelo Fanzini


A Tripoli per noi tutto ha un’aria familiare, come le inconfondibili palazzine in stile eclettico tinteggiate di bianco (ma con gli infissi verdi, il colore dell’Islam e della Jamahiriya) affacciate sui lunghi e larghi viali alberati; l’imponente cattedrale in stile romanico, oggi trasformata in moschea; gli oleandri fioriti disseminati ovunque e lo stesso colore del mare.
Un tempo la città era famosa soprattutto per il suo celebre lungomare Principe di Piemonte – ora Shari’a al Fatah -, che oggi non esiste più perché interrato per lasciare posto ai giardini con parchi giochi e a due corsie di scorrimento veloce.
Il Castello e la Piazza Verde
Tarabulus - questo il nome odierno della capitale della Libia, è collocata in una delle insenature naturali più spettacolari dell’Africa settentrionale, tanto da farla diventare punto di partenza sia che si voglia andare nel deserto oppure catapultarsi nel mondo antico punico-romano (Sabrata e Leptis Magna).

Il monumento simbolo della capitale è il Castello Rosso, Assai Al-Hamra, il quale con i suoi 13.000 metri quadrati di esposizione racconta in un certo senso la storia stessa del paese. Situato sulla piazza Verde a ridosso di un grande specchio d’acqua e adiacente alla vecchia Medina, ospita all’interno il Museo Archeologico Nazionale, una chicca per gli estimatori di storia antica che da solo meriterebbe un viaggio, dove ammirare splendide statue classiche, reperti archeologici e raffinati mosaici, nonché la vecchia Volkswagen blu chiaro del Colonnello Gheddafi, in ricordo del periodo della rivoluzione.
Eretto sulle rovine di un precedente castrum romano dagli Arabi, fu poi rimaneggiato dagli Spagnoli, dai Cavalieri di Malta e per finire dai Turchi. In epoche diverse venne occupato anche dai Greci, dagli Inglesi e dagli Italiani, i quali ultimi ne allestirono una parte a museo.
Dalla Piazza Verde, voluta da Gheddafi per i suoi comizi, si snodano come una sorta di raggiera le vie principali della città. La Corniche per le passeggiate sull’ex lungomare e poi i viali dell’ex quartiere coloniale su cui si affacciano i negozi all’occidentale e le botteghe locali. I negozianti, per lo più gli anziani, parlano anche l’italiano. Partendo dalla centralissima via I Settembre troviamo la libreria Dar – Al Fergiani: un concentrato di rarità in francese, italiano e inglese, vecchie litografie e mappe, cartoline in bianco e nero dell’epoca italiana, nonché tutte le opere del colonnello compreso l’immancabile libro verde.


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