Emilia: gli scavi romani di Veleia

Da quasi un'ora, dopo l'uscita dal casello autostradale di Fiorenzuola, la macchina procede dubbiosa tra curve, salite e discese, superando crinali e fondivalle, quando finalmente un cartello arriva a tranquillizzare: Veleia, scavi romani. Di tutto ci si potrebbe aspettare di trovare in questo tratto interno dell'Appennino piacentino caratterizzato da boschi, prati e calanchi, dove abbondanti rinvenimenti di pesci fossili attestano la presenza del mare milioni di anni or sono, fuorché i resti di una città romana.

Testo e foto di Anna Maria Arnesano e Giulio Badini

Veleia Romana, il Foro

Ma fondamenta di abitazioni, pavimenti delle terme, colonne e monumenti dell'antico foro sono lì a dimostrarlo. Curioso il fatto di dover salire tra queste colline, distanti un'ora d'auto dalla Via Emilia, per trovare l'insediamento romano meglio conservato dell'intera regione. Tutti i numerosi altri, e ben più consistenti centri, distribuiti lungo l'importante via consolare da Piacenza a Rimini giacciono infatti sepolti sotto le omonime, o quasi, città moderne.

Veleia Romana: i ritrovamenti

Tutto inizia nel 1747, quando viene casualmente scoperta in un campo di una frazione del comune di Lugagnano Val d'Arda un'enorme lastra di bronzo scritta, la maggiore finora rinvenuta in tutto l'impero romano (m 1,38 x 2,86), contenente la Tabula alimentaria traianea, un complesso documento censuario del territorio veliate risalente alla prima metà del II° sec. d.C., che elencava i nomi di tutti i proprietari terrieri, l'ubicazione dei fondi ed i loro valori in sesterzi. Una specie di cartella esattoriale collettiva, forse poco apprezzata dai diretti interessati.

Poco dopo venne rinvenuta nello stesso luogo, che poi si rivelerà essere la basilica, un'altra lastra bronzea contenente un frammento della Lex Rubria de Gallia Cisalpina, un testo giuridico emanato da Giulio Cesare tra il 49 e il 42 a.C. Chiari segnali che sotto doveva esserci qualcosa di importante.

A quel tempo il ducato di Parma e Piacenza era retto da Filippo di Borbone, fratello minore di Carlo, re di Napoli. Al giovane Borbone non parve vero di poter emulare le gesta del fratello, che già aveva iniziato a mettere in luce i resti delle città vesuviane di Ercolano e Pompei, ricavandone enorme prestigio, e diede il via agli scavi nel 1760.

Cominciarono così ad affiorare dall'oblio le fondamenta delle terme, strade porticate, negozi, taverne, magazzini, laboratori e diversi quartieri residenziali, il tempio e la curia, nonché un'enorme cisterna idrica scambiata – a causa della sua forma ovale – per i resti di un anfiteatro, il tutto attorno ad un monumentale foro centrale – considerato oggi come il meglio conservato in Italia – con annessa basilica, quest'ultima contenente un pregevole gruppo di dodici statue in marmo apuano della famiglia imperiale giulio-claudia.

Nonostante l'immetodicità degli scavi, condotti ovviamente con criteri poco scientifici e modalità poco ortodosse, e il trafugamento o la dispersione di parecchio materiale, gli scavi di Veleia furono alla base della creazione dell'attuale Museo Archeologico Nazionale di Parma, uno dei primi a sorgere in Italia.

La Cisterna

Ma prima ancora di apprezzare le vestigia del passato, una domanda assale prepotente il visitatore: perché mai creare un insediamento così lontano dalle grandi vie di comunicazione, distante dalle città della pianura, su un terreno erto e franoso che obbliga a costruire costosi terrazzi e muri di sostegno?
La risposta va cercata a cavallo tra il III° e il II° secolo a.C. con l'espansione romana nella Gallia Cisalpina, la creazione della Via Aemilia, che a Piacenza si raccordava con la Via Postumia per unire Genova e Aquileia, la nascita o la romanizzazione degli importanti centri posti lungo questo percorso.

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