Yucatán, nella terra dei Maya

“Buscar el Levante por el Poniente”. Una frase ingenua, quasi senza senso. Eppure, alla fine del Quattrocento, questa semplice affermazione, tradotta in realtà da Cristoforo Colombo, rivoluziona il mondo. Nella vecchia Europa, il peso dell'oltreoceano si sentirà solo molti decenni più tardi e il vero significato di queste “scoperte” si avvertirà solo con il trascorrere dei secoli. Ma per chi da sempre abita il “nuovo” mondo è in arrivo un terremoto, un evento che spazza via secoli di storia e cultura, inghiotte uomini, donne, villaggi, città e civiltà. Lucenti armature che sovrastano focosi destrieri si abbattono come un uragano sull'intera America che, di lì a poco, diverrà latina.

Testo di Cristiano Pinotti, fotografie di Angelo Fanzini

Yucatan, Chichén Itzá

La tecnologia superiore si impone su un mondo colto ma, sotto molti punti di vista, arretrato. La forza delle armi, delle scoperte e della fede europea divengono un rullo che schiaccia uomini e cose e, in pochi decenni, trasforma città e villaggi in reperti archeologici: tante “Ercolano e Pompei” prive del Vesuvio.

Yucatan, culla di civiltà

Persi gli uomini, di queste antiche civiltà sono rimaste le pietre, alcuni gioielli, poche statue. Le città vuote, a poco a poco, sono tornate patrimonio della natura che, pietra dopo pietra, se n'è impossessata, quasi a creare una sorprendente scenografia, allestita per gli eredi di quei navigatori e di quei soldati che decretarono la fine del mondo al di là dell'oceano.

Così appaiono molte località del Messico, quel Messico che sogna gli Stati Uniti, che in tante sue parti ricorda la Spagna, in cui, ancora oggi, si respira l'atmosfera Maya, fuggita dalla riviera che la ricorda nel toponimo, ma che vive, in modo palpabile, nella penisola dello Yucatán tra le rovine e nei piccoli villaggi alle spalle di Cancun e di Playa del Carmen.

Il nostro viaggio, pur non disertando le più interessanti testimonianze coloniali, sarà essenzialmente un percorso nelle terre dei Maya, nel tentativo di comprendere qualcosa in più di questo popolo, delle sue eccezionali capacità astronomiche, della sua religione infarcita di riti sanguinari, della sua cultura che, purtroppo, ha incrociato l'irresponsabile furia integralista dei “Conquistadores” cattolici.

Malgrado le tante avversità cui è stata sottoposta, la cultura maya, a tanti secoli dalla sua scomparsa come “civiltà”, ha ancora tante cose da raccontarci, basta saper osservare. Ancora oggi, al pari di tanti popoli precolombiani, i Maya esistono ancora nell'identità indios e il loro destino è assimilabile a quello delle popolazioni amazzoniche o, più a nord, ai nativi delle grandi praterie.

Cancun

Punto di partenza del nostro viaggio è la città di Cancun, aeroporto privilegiato per chi voglia esplorare la penisola dello Yucatan. Il piccolo villaggio di pescatori degli anni Sessanta, in pochi decenni, si è “evoluto” in una località balneare frequentata da oltre due milioni di visitatori l'anno, grazie a una sontuosa offerta alberghiera, che si affaccia sulle bianchissime spiagge bagnate dall'Atlantico. La zona “hotelera”, dove gli alberghi di lusso si alternano ai centri commerciali e alle piscine, ha ben poco di messicano, anzi ricorda parecchie città statunitensi infarcite di cattivo gusto. Come detto, Cancun è il sogno turistico messicano, ma il Messico più autentico non si bagna nelle onde dell'Atlantico.

Chichén Itzá

Il primo assaggio Maya lascia senza fiato. Chichén Itzá, benché gli snob dell'escursionismo “non si lascino incantare” da un sito archeologico così popolare e frequentato, è, in realtà, un vero spettacolo. In questo luogo dove fantasia e archeologia si incontrano, si sono incrociate due culture, quella dei Maya, che hanno abitato l'area fino al IX secolo e quella dei Toltechi, che l'hanno invasa al termine del XI secolo. La commistione di queste due civiltà ha generato un'architettura unica nel panorama dello Yucatán.

L'intera città riecheggia delle raffigurazioni di Chac, il dio della pioggia, di Quetzalcóatl, il serpente piumato e di infiniti sacrifici umani, parte integrante della religiosità Maya e Tolteca. Chichén Itzá, come si può facilmente capire dalla sontuosità dei suoi resti archeologici, era una città di primaria importanza, poi la capitale politica fu trasferita a Mayapán, e Chichén mantenne il primato religioso. La città era comunque ancora meta di pellegrinaggi anche dopo il suo definitivo abbandono avvenuto, per cause ancora da decifrare, nel XIV secolo.

Il Castillo

Visita del sito archeologico

Tra le principali attrazioni del sito: la Piramide di Kukulcán, il cosiddetto Castillo, il Templo de los Guerreros e il Juego de Pelota. El Castillo è un'opera di eccezionale bellezza e complessità: la trasposizione in pietra del calendario Maya. I quattro, imponenti, lati sono divisi da altrettante colossali scalinate che vanno a formare 18 terrazzi, traslazione architettonica dei 18 mesi del calendario dell'Anno Vago. Le scalinate, a loro volta, sono composte da 91 gradini ciascuna che, uniti alla piattaforma finale, vanno a conteggiare i 365 giorni dell'anno. Al suo interno questo colossale calendario nasconde una più antica piramide, famosa per il trono del giaguaro rosso.

Dalla sommità del Castillo lo sguardo si volge all'imponente sequenza del portico delle mille colonne (Patio de las Mil Columnas), e all'adiacente Tempio dei Guerrieri (Templo de los Guerreros), una piramide sormontata dalla celebre statua del Chacmool, figura divinizzata a cui si rivolgevano sacrifici umani per placare la sete di sangue che caratterizzava gli dei della civiltà precolombiana. Ai suoi lati due enormi pilastri di pietra rappresentano il serpente piumato.

Spettacolare per ampiezza è il campo principale per il Gioco della palla (Juego de Pelota), le cui regole pare abbiano subito varie evoluzioni con il trascorrere del tempo: da un esclusivo uso di gomiti e ginocchia a un uso di una sorta di mazza utilizzata per centrare con la palla i grandi anelli in pietra. Le belle incisioni lungo i muri che delimitano il campo, lasciano intuire come la sorte dei perdenti non fosse delle più piacevoli.

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